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Una Costituzione da cestinare

Mezzoeuro Anno IX num. 23 del 12/06/2010)

Rende, 11 giugno 2010

«Governare con le regole della Costituzione è un inferno». «La Costituzione è molto datata, si parla molto di lavoro e quasi mai di impresa, che è citata solo nell'art. 41. Non è mai citata la parola mercato».

Il grande pregio di Silvio Berlusconi è di esprimere con chiarezza dei concetti che altri nascondono dietro la fumosità di un linguaggio astruso, in una lingua jadis chiamata politichese. Tanti i difetti di quella modo di “scomunicare”, un linguaggio lontano dalla sensibilità della cosiddetta società civile, un modo criptico per comunicare all'interno della casta. Aveva però il pregio di limitare i contrasti ed evitare degenerazioni del confronto politico. La coerenza e la perseveranza non è certo il suo forte. In tutto questo lungo periodo che ormai può qualificarsi come "era berlusconiana" l'unica grande riforma costituzionale che ha stravolto l'intero assetto del Titolo V della Carta è stata approvata dal Governo Amato sul finire della legislatura con un blitz di maggioranza agli inizi del 2001. Le successive elezioni politiche di maggio videro il successo del centrodestra, ma con il referendum svoltosi il 7 ottobre 2001 la riforma è stata approvata dal 64,20% dei votanti. Con scarso entusiasmo si potrebbe dire, poiché l'affluenza è stata una delle più basse di tutta la storia referendaria: solo il 34,10% degli elettori si è recato alle urne. L'art. 138 della stessa Costituzione prevede che "La legge sottoposta a referendum non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi", senza indicare nessun quorum. La riforma dell'Ulivo costituisce un precedente molto discutibile poiché ha introdotto nella prassi costituzionale il principio che la carta costituzionale può essere manipolata a piacere dalla maggioranza pro-tempore al potere.

La breccia aperta è stata subito utilizzata dal Centrodestra che ha restituito il favore con l'approvazione a sola maggioranza della cosiddetta "devolution", che prevedeva una forma ancora più spinta di decentramento amministrativo tanto da farlo qualificare come federalismo. Il sogno di creare lo Stato "uno e multiplo". Spiegare come sia possibile parlare di federalismo di uno Stato unico è un mistero altrettanto difficile quanto voler comprendere i mistero della Trinità. Il referendum del 25/26 giugno 2006 vide un'affluenza del 53,7%, affossando la riforma sotto il peso del 61,3 % di “No”. Il rifiuto è stato molto più netto e partecipato tanto da far sperare che su certi temi si procedesse con molta maggiore cautela evitando inutili forzature.

Vi era molto di più in quella famosa riforma: il rafforzamento dei poteri del premier e la stravolgimento del sistema di reciproche limitazioni dei poteri dello Stato. Tutto ciò che oggi viene riproposto con dubbio rispetto per l'elettorato che si è già espresso in maniera molto netta in materia.

L'arte del governare è lo sforzo di trovare un cammino in un sentiero irto di difficoltà, che procede tra rovi e dirupi. Da qualche secolo le democrazie occidentali hanno abbandonato l'idea che la soluzione possa essere trovata con una semplificazione dei processi. Il potere assoluto dei sovrani o quello dei dittatori non ha dato grande prova di sé. Tutti i tentativi si sono risolti in grandi fallimenti e immani tragedie umane. Amartya Sen arriva ad affermare che solo gli stati democratici sono riusciti a risolvere il problema delle ricorrenti carestie che affliggevano le monarchie assolute e che affliggono tuttora i molti stati dittatoriali ancora esistenti al mondo.

Non è la natura di questo governo che si deve investigare. Nessuno ha messo in discussione la sua legittimità frutto di una investitura popolare espresse attraverso libere elezioni. L'interrogativo posto però merita qualche riflessione, non solo di ingegneria costituzionali, ma sui principi generali.

La prima osservazione è che la costituzione materiale ha squilibrato l'assetto della carta. Con l'introduzione di sistemi di premialità parlamentare, si è consentito ad una minoranza dell'elettorato di esprimere una maggioranza nella rappresentanza delle assemblee legislative. Si è risolto il problema della governabilità. ma si è creata una fragilità del quadro istituzionale che viene ad essere completamente in balia della maggioranza di governo, che è espressione di una minoranza dell'elettorato. Questo determina una maggiore voglia di partecipazione diretta, tanto che si minaccia lo spauracchio del referendum abrogativo previsto dall'art. 75 per i provvedimenti più discussi come quello sulle intercettazioni telefoniche. Un'arma spuntata poiché lo stesso articolo prevede che "la proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi". "Hanno diritto di partecipare al referendum tutti i cittadini chiamati ad eleggere la Camera dei deputati". Sono ormai molti anni che le proposte di referendum decadono per il mancato raggiungimento del quorum e il "non voto" è stato utilizzato efficacemente come arma politica da parte di coloro che vogliono vedere decadere le proposte dei comitati referendari. Il risultato più clamoroso è quello per l'abrogazione di alcune norme per limitare la caccia del 3 giugno 1990, votò il 43,4% degli elettori ed il "Sì" ebbe il 92,2%, 17.790.070 elettori che costituivano il 40% del corpo elettorale. Tutto rimase come prima, poiché nessuno si incaricò di dare una voce a quella imponente "vox populi". Quel risultato era certo influenzato dal comportamento dei contrari che scelsero la strategia dell'astensione per vincere una partita che consideravano persa sotto il profilo del consenso. Oggi è sufficiente un sondaggio volante su qualche migliaio di elettori per giustificare interventi molto più radicali nelle materie più disparate.

Si è arrivati al paradosso che il referendum abrogativo che potrebbe costituire un efficace correttivo all'arroganza del legislatore espressa con premio maggioritario viene mortificato e vanificato, mentre le modifiche costituzionali possono anche essere approvate con uno striminzito consenso di una minoranza. La riforma dell'Ulivo che ha stravolto l'assetto delle autonomie locali è stata approvata da circa il 22% dell'elettorato! Inoltre, il referendum costituzionale prevede una accettazione o rifiuto in blocco delle modifiche, senza alcuna possibilità di abrogare aspetti discutibili salvando il resto. La Costituente nello scrivere l'articolo 138 pensava a ritocchi, non certo a stravolgimenti della Carta.

Non sarebbe il caso di pensare a un ribaltamento degli istituti eliminando il quorum dal referendum abrogativo di cui all'art. 75 e introducendolo nell'art. 138?

Quali sarebbero le conseguenze di un tale cambiamento? In primo luogo la possibilità di una democrazia partecipativa molto più efficace e diretta sul modello svizzero, dove i referendum sono numerosi e hanno un impatto diretto sull'attività di governo e di controllo sull'organo legislativo poiché danno una indicazione sui provvedimenti da adottare. Dall'altro si otterrebbe una blindatura della Carta costituzionale, poiché l'introduzione del quorum nel referendum costituzionale confermativo introdurrebbe "Caron dimonio, con occhi di bragia" all'ingresso dell'Inferno, rendendo effettiva la difficoltà dell'attraversamento dello Stige.

Cosa è e a cosa serve una Costituzione? E' un insieme di regole che definisce un quadro istituzionale e le regole del gioco politico. Facendo un parallelismo con il gioco del calcio, lo stesso regolamento ha dato vita al catenaccio all'italiana e al gioco totale all'olandese, entrambi efficaci e vincenti. La Costituzione vigente, anche in un forma ancora più "libertaria", un sistema elettorale proporzionale, la caducità dei governi, i veti incrociati dei parti nella prima Repubblica ha prodotto il "miracolo economico", il più incisivo cambiamento della storia unitaria che ha cambiato radicalmente il Paese trasformandolo da povero paese agricolo a un paese industriale che si è collocato ai vertici dell'economia mondiale.

La seconda Repubblica con le sue invenzioni istituzionali, le semplificazioni elettorali e i proclami ha prodotto un periodo di stagnazione, un lento scivolamento del Paese verso il basso, perdendo quota in tutte le classifiche dal PIL alla scuola, dalla ricerca al prodotto industriale.

La qualità del gioco è conseguenza della qualità dei giocatori. Il catenaccio della grande Inter e il calcio totale dell'Aiax di Cruiff rimane ineguagliato per la finezza dell'esecuzione. La qualità della politica è il frutto della qualità dei politici. Dovremmo dire che in questo senso siamo messi proprio male? Se dobbiamo accontentarci della riforma elettorale elaborata dal grande chirurgo maxillo-facciale e costituzionalista emerito e dallo stesso definita "porcellum" c'è poco da essere entusiasti.

Siamo proprio sicuri che il governo debba agire in una logica aziendale, che le istituzioni possano e debbano essere gestite con criteri di efficienza e produttività?

Quale voto dovremmo dare all'Assemblea Costituente che in circa diciotto mesi di lavoro ha “prodotto” un solo striminzito testo di 138 articoli e delle disposizioni transitorie? La sola manovra correttiva è molto più lunga e complessa, interviene su qualche migliaio di leggi, regolamenti, circolari, disposizioni. Un vero rompicapo, un labirinto normativo che neanche con l'aiuto del filo di Arianna si riesce a penetrare completamente in tutti i suoi reconditi scopi e finalità.

A dispetto della istituzione di un Ministero per la Semplificazione, permangono migliaia di disposizioni incomprensibili e la nuova legislazione è un coacervo di norme affastellate, caotiche e spesso incomprensibili.

Quel piccolo testo ha una qualità letteraria, una chiarezza esemplare, costituisce un impianto armonico che solo gli sconsiderati e scoordinati interventi hanno minato nel suo equilibrio dando origine a una sgangherata seconda Repubblica.

Al legislatore non bisogna chiedere produttività, ma qualità dell'intervento legislativo, poiché non conta il numero delle leggi approvate, ma la capacità di interpretare i bisogni e le esigenze della società, dare certezza di diritto, equilibrio di giudizio. Le democrazie sono cresciute perché hanno evitato fughe in avanti, hanno adottate delle regole, hanno sottoposto a reciproco controllo i poteri dello Stato non per arrivare alla paralisi, ma per impedire degenerazioni, la sopraffazione di un organo sull'altro. La qualità della democrazia si valuta sulla sua capacità di dare voce alle minoranze, proteggere i più deboli, armonizzare le opposte esigenze della società.

Quando si verificano squilibri è necessario correggerli, per impedire prevaricazioni pericolose, ma preservando l'impianto costituzionale.

Oggi più che mai abbiamo bisogno di valori e di certezze normative poiché dobbiamo creare un sistema-paese in grado di dare un grado di riferimento certo per armonizzare culture e tradizioni dei nuovi cittadini, che già costituiscono quasi un decimo della popolazione totale. In assenza di valori unificanti quali la lingua, la cultura, la storia, le tradizioni dobbiamo imparare a riconoscere i valori comuni espressi nella nostra carta costituzionale che va difesa contro gli attacchi che vorrebbero ridurla a carta straccia.

Anche quelle disposizioni che oggi appaiono anacronistiche come la doppia lettura delle leggi, l'eccessivo numero dei parlamentari devono essere valutati per il contributo che hanno dato e continuano a dare ancora oggi. Quante volte il rimpallo tra le due camere ha impedito che si approvassero leggi caotiche, o predisposte sull'onda di emozioni alimentati artificialmente come nel del testamento biologico. Il caso Englaro lo aveva portato in primo nell'agenda politica. La morte della povera Eluana ha portato all'accantonamento del provvedimento che giace in qualche polveroso scaffale di una commissione parlamentare.

Con una sola Camera sarebbe stato approvato immediatamente e oggi si sarebbe aperto una interminabile discussione sulla necessità di una modifica.

Non esistono tabù in politica. Tutto può essere messo in discussione, ma l'impianto costituzionale deve essere maneggiato con molta cautela, poiché gli aggiustamenti potrebbero risultare peggiori del testo originario.

I parlamentari sono troppi? In questo contesto in cui la loro nomina dipende dall'investitura dei vertici dei partiti è un piccolo rimedio che impedisce un loro completo asservimento, poiché qualche testa calda tra mille si può anche trovare, mentre poche centinaia sarebbero dei semplici valvassini. Il bicameralismo perfetto è un appesantimento dell'attività legislativa? Ma non si è sempre detto che l'Italia è il Paese degli azzeccagarbugli con centinaia di migliaia di disposizioni inutili? Le province vanno abolite? Certo. Ma perché non abolire le aziende sanitarie, le comunità montane, i consorzi di bonifica, le ASI, i distretti scolastici e trasferire le competenze alla province, stabilendo un limite di 500.000 abitanti per ciascuna di esse? E le migliaia di piccoli comuni al di sotto di 5.000 abitanti?

Si continua a inseguire la chimera di un paese uno e multiplo, un federalismo anacronistico e impossibile da realizzare persino sul piano linguistico, mentre si potrebbe realizzare una drastica riforma amministrativa che avrebbe un impatto ben più incisivo sulla efficienza amministrativa e sui costi.

Da ex regnicoli (come venivano chiamati gli abitatori del Regno di Napoli e poi delle Deu Dicilie) ricordiamo che a Giocchino Murat fu sufficiente un anno per sconvolgere l'assetto amministrativo, abolire la feudalità, introdurre il codice napoleonico, riformare la giustizia. In una era incui il Mezzogiorno continentale contava poco più di otto milioni di abitanti, i comuni murattiani (chiamati dipartimenti) erano di non meno di 4.000 abitanti. E' una storia lontana.

Ancor prima i Borboni, dopo il terribile terremoto del 1783, avevano inventato le new town, creando Noto e Avola e il barocco siciliano. Il Sud non ha solo la mafia, ma la sua storia fornisce anche qualche ottimo esempio di “best practices”.

La Costituzione non è un tabù, ma la sua riforma è una cosa seria da maneggiare con cura senza interventi arraffazzonati. Prima di cestinarla è necessario avere una valida proposta alternativa che abbia un ampio consenso e contenga una blindatura che impedisca sconvolgimenti ad ogni cambio di maggioranza. E' possibile che l'unico intervento che richiede una maggioranza qualificata dei due terzi sia l'amnistia?


C O P Y R I G H T

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