BCC di Cosenza tra clientelismo e conflitto di interesse

Mezzoeuro Anno IX num. 29 del 24/07/2010)

Rende, 22 luglio 2010

La BCC di Cosenza potrebbe farcela. Una storia emblematica, tutta calabrese. Una grande potenzialità che deve essere salvata e restituita al territorio. Il nodo da sciogliere è una governance in grado di gestire nell'interesse dell'istituto con gli adeguati controlli da parte del Collegio Sindacale.

Morire per Danzica? Vale la pena di combattere per salvare delle piccole banche, che non sono altro che dei moscerini in confronto dei giganti del credito? La più grande e importante BCC d'Italia è quella di Roma con 134 sportelli e 1.170 dipendenti. Una bazzecola in confronto, ad esempio, con l'Unicredit. Il sistema delle BCC ha un ruolo e una funzione importante sul territorio. Il suo direttore generale Enrico Falcone ne è pianamente convinto: "Il modello di impresa cooperativa sviluppa molto la capacità di relazione con famiglie e imprenditori ....Viviamo la territorialità per davvero, non come uno slogan, con comitati locali e presenza anche nei quartieri».

Al confronto, la condizione del credito cooperativo in Calabria appare molto fragile e sparpagliato. Vi operano 17 istituti, un numero che tradizionalmente non porta fortuna. Gli sportelli complessivi sono 92,di cui 51 in provincia di Cosenza, che si conferma come il territorio più dinamico della regione. In provincia di Reggio Calabria troviamo la sola BCC di Cittanova, un presidio insufficiente per un territorio che presenta tante debolezze e specificità per il quale il “modello di impresa cooperativo” richiamato da Enrico Falcone sarebbe di grande aiuto.

Vi è un problema evidente di dimensione: le BCC sembrano troppo piccole per poter svolgere il proprio compito. Pur considerando che sono riunite in una rete che garantisce la gestione centralizzata dei servizi più sofisticati, siamo al di sotto dei limiti per garantire economie di scala e diffusa professionalità nell’esercizio dell’attività creditizia.

Bisogna considerare le grandi differenziazioni territoriali e il forte spirito localistico che spesso impediscono di trovare sufficienti motivazioni per stare insieme e cooperare per il raggiungimento di una finalità comune. Questo dovrebbe portare al superamento di queste divisioni per impedire che la conflittualità impedisca la ricerca di soluzioni razionali e dia il pretesto per completare l’azione di azzeramento dei centri di potere finanziario della regione.

Sarà necessario, tuttavia, considerare anche altri numeri, come lo straordinario rapporto tra la raccolta complessiva e gli impieghi, a dimostrazione del ruolo di supplenzadel credito cooperativo in Calabria rispetto al resto del sistema creditizio , ma non aggiungerebbe molto all’economia del discorso. Quello che è importante rilevare è che non si tratta di una fastidiosa zavorra di cui liberarsi, ma di un sistema che deve la sua marginalità ai numeri,dai quali bisogna partire per farlo crescere e diventare il tessuto portante dell’economia. Il “credit crunch” del 2009, che peraltro non può dirsi concluso, ha dimostrato con cristallina evidenza che i giganti del credito non sono in grado di governare le crisi dei territori. La loro stessa dimensione e la presenza in tutto il globo, li porta a spostare continuamente il centro dei propri interessi, a cercare altrove gli affari diventati rischiosi e scarsamente redditizi in un’area. In termini pratici, se la Calabria è in crisi e l’Australia in pieno boom, è li che i grandi istituti bancari vanno a cercare gli affari, e sono organizzate per questo.

La BCC di Maierato, a mo’ di esempio. Il suo è un esempio positivo additato in una recente indagine del Corsera. A presiederla è Toni Bilotta, un imprenditore del vetro, che è anche presidente della Federazione calabrese delle BCC. La piccola banca ha quattro sportelli a Dasà, Francica, Maierato e Pizzo Calabro. Avrà grandi difficoltà a partecipare all’Expo di Shangai e cercare di investire in Cina. E’ costretta a occuparsi della Tonno Callipo, di Sardanelli e delle sorti dell’Hotel 501 di Peppino Mancini. Se vuole sopravvivere deve dialogare con il territorio, aiutare le imprese locali a trovare una soluzione alle difficoltà di mercato, acquisire la capacità di leggere i bisogni delle famiglie. Siamo abituati a considerare la nostra regione con l’ottica dell’economia criminale. In questi giorni le cronache sono piene degli arresti di ‘ndranghetisti in tutta Italia, di patrimoni miliardari (in euro), frutto di attività illecite, sequestrati. Sembra che la Calabria sia un covo di ladri ed assassini. Dimentichiamo che la stragrande maggioranza dei calabresi vive gli stessi drammi e le stesse difficoltà delle tante famiglie italiane, in larga misura meridionali, attanagliate dai morsi della crisi. Non siamo in presenza di “cattivi pagaturi”, ma di nuclei familiari che fanno fatica a sbarcare il lunario, e vedono accorciarsi i giorni coperti dal proprio reddito, mentre continuano ad arrivare bollette e rate di mutuo da pagare. Le aziende locali sommano alle difficoltà di mercato, l’impossilità delle famiglie di mantener fede ai propri impegni finanziari. Sarebbe necessario un intervento di consolidamento delle posizioni debitorie delle famiglie e imprese per diluire in un lungo arco temporale gli impegni e consentire così il loro attraversamento del tunnel della crisi.

La difficoltà è quella di riuscire a sopravvivere in una condizione difficile, di trovare delle soluzioni opportune che non siano delle semplice formule di credit scoring, ma delle regole di buon senso. Per questo occorre una grande professionalità, una volontà di voler agire nell’interesse della banca e della comunità in cui essa opera.

Le piccole BCC sono state le uniche che hanno svolto una efficace politica anticiclica e si sono prodigate a sostenere le imprese e le famiglie locali in un momento di grandi difficoltà. Bisogna cominciare da qui per cercare di comprendere le difficoltà a cui sono andate incontro, poiché questo stretto coinvolgimento nel territorio doveva necessariamente risolversi in una difficoltà di bilancio. Una buona e corretta gestione bancaria dovrebbe consentire di attraversare i momenti di difficoltà, come un buon capitano deve saper governare la nave in caso di burrasca. Nonostante tutto non siamo in presenza di un uragano devastante.

Cerchiamo di analizzare lo stato di crisi di una BCC attraverso i rilievi ispettivi della Banca d’Italia mossi alla BCC di Cosenza. Si tratta di una piccola realtà con otto sportelli e 56 dipendenti.

Al 30 sett. 2009, la raccolta complessiva era pari a 188.8 milioni di euro e gli impieghi ammontavano a 141.8, con un indice di intermediazione pari al al 75%, ciò che dà una immediata percezione del grado di coinvolgimento della banca nell’economia locale. Il patrimonio rettificato dalla Vigilanza in maniera prudenziale è ancora sufficiente secondo i parametri di Basilea, ma il margine di operatività è quasi annullato e, in più, una valutazione più attenta del portafoglio crediti porterà probabilmente un passaggio a sofferenze di ulteriori posizioni, forse abbassandolo rispetto ai minimi richiesti.

Limitandosi ai soli dati di bilancio, la situazione è a livello di attenzione ma certamente non irrimediabile. Ma allora perché si è arrivati all’esautoramento degli organi amministrativi della Banca?

La BCC di Cosenza nasce dalla fusione tra BCC di Dipignano e quella della Pre-Sila imposto con una operazione di “moral suasion” dalla Banca d’Italia per carenze organizzative con un coefficiente di solvibilità del 10%. Il processo è stato caratterizzato da una forte litigiosità, che alla fine ha visto prevalere il gruppo di Dipignano, ma - forse - non il rigore.

A dirigere l’istituto è stato scelto un Consiglio probabilmente più attento ai propri interessi che non espressione di esperienza e professionalità nel settore del credito. Da subito poi si è creato un irrimediabile conflitto con la gestione precedente. Senza dimenticare che l’esposizione più elevata del portafoglio crediti era riconducibile al presidente della banca.

“La governance - secondo la Vigilanza - era pesantemente condizionata dalle figure egemoni del Presidente e del Vice-Presidente del Consiglio di Amministrazione e presentava ulteriori squilibri derivanti dall’insufficienza dialettica tra il Consiglio e gli altri organi sociali" “L’attuale consesso – continua la Vigilanza – si è limitato a riallocare il personale secondo criteri di accondiscendenza alla Presidenza dell’organo, riconoscendo promozioni e gratifiche senza attenzione all’incremento dei costi operativi, che condizionavano pesantemente la redditività aziendale, e continuando a tralasciare l’adozione degli interventi organizzativi necessari alla riqualificazione dei processi aziendali e al presidio dei rischi”.

Nelle pratiche di più rilevante ammontare di competenza del Consiglio di Amministrazione, si sarebbe deliberato su un esame di massima, senza l'effettivo supporto di un processo istruttorio e del parere degli organi periferici. Sarebbe stato necessario che si valorizzassero merito e professionalità. E non può che essere questa la direzione del futuro, scongiurando il rischio che strumenti di sviluppo essenziali per il territorio possano essere vanificati da gestioni inappropriate.

Afferma ancora la vigilanza che "sia il Collegio sindacale in carica che quello precedente hanno svolto verifiche superficiali e non incisive (....). Alla materia creditizia l’organo non ha condotto approfondimenti sulle principali posizioni di rischio e si è limitato a prendere atto dell’avvio delle azioni di regolarizzazione delle posizioni anomale, senza seguirne l’esito; inoltre, non ha vigilato sul rispetto della regolamentazione relativa ai conflitti di interesse".

Discorso a parte merita poi il ruolo dei Confidi. Spesso si è fatto ricorso a posizioni ipergarantite, solo modo per porre riparo - nei fatti - al "credit crunch" generalizzato verso le aziende del territorio. Difatti circa il 10% circa del portafoglio crediti è rappresentato da finanziamenti erogati ai sensi della legge antiusura, un volume più che raddoppiato nel 2009. I fondi antiusura, nati per affrontare situazioni di emergenza, si stanno trasformando in uno strumento ordinario di gestione. Queste forme di finanziamento godono di condizioni agevolate, ma nella prassi è frequente riscontrare che la clientela sovvenzionata versa in situazioni di "normale" difficoltà e le delibere del CdA non hanno sufficienti motivazioni. Un modus operandi frutto di una insufficienza del sistema dei confidi che dovrebbero svolgere questa opera di supporto a famiglia e imprese in via ordinaria.

La Vigilanza mette in conseguenza in risalto come la condizione della BCC sia il diretto riflesso della realtà in cui opera. La sua crisi à la conseguenza della crisi di un modello sociale diffuso. I Confidi sono numerosi e scarsamente organizzati e si muovono spesso nell’ottica del favore, piuttosto che del rigoroso rispetto delle norme e delle tecniche di gestione.

La volontà della Banca d’Italia di voler trovare soluzioni alle crisi delle BCC al di là del Pollino è giustificata dalla preoccupazione che localmente non si riesca ad uscire da questa logica diseconomica. Una situazione disperata e disperante che ha bisogno di una risposta forte da parte del mondo politico, dei sindacati, delle associazioni di categoria, degli stessi imprenditori.

Se dovesse ancora una volta prevalere la tesi dell’impossibilità di mantenere la territorialità degli istituti sarebbe una ulteriore conferma della incapacità della Calabria di costruire un proprio percorso di sviluppo e di crescita. La risposta deve essere sistemica, coordinata.

La Banca di Garanzia è un' idea che fino adesso ha - in concreto - solo bloccato risorse importanti, in attesa che diventi operativa e oggi non può essere utilizzata per rafforzare il sistema delle banche locali. Tutti questi piccoli Confidi locali devono fondersi, fare sistema. Sarebbe ottimale se confluissero nella stessa Banca di Garanzia, per creare un organismo regionale, forte e autorevole in grado di giocare un ruolo attivo nel panorama creditizio locale.

La politica deve decidersi a dare un volto riconoscibile alla Fincalabra, un organismo che ha alle sue spalle un passato tutt’altro che brillante. Rinnovarsi o sparire, perché oggi si ha bisogno di una politica creditizia in grado di dare un contributo allo sviluppo della regione.

Le BCC devono essere aiutate e sostenute con risorse adeguate per consentir loro di mantenere la propria autonomia e territorialità, costringendole a scelte coraggiose e radicali nella ricerca di amministratori moralmente irreprensibili, professionalmente capaci e che non siano portatori di possibili conflitti di interesse con l’istituto che sono chiamati a dirigere.

C’è bisogno di un più capillare presidio del territorio, da attuare con organismo che abbiano la dimensione idonea a svolgere professionalmente il ruolo che sono chiamate a svolgere.

Le ultime risorse destinate dall’Unione Europea alla Calabria devono essere gestite bene e nessuno meglio di chi conosce e opera sul territorio può svolgere questo ruolo. Le BCC potrebbero costituire un organismo per aiutare le imprese a utilizzare questi fondi, aiutarle nella predisposizione dei programmi di investimento. Una volta questa funzione era svolta dagli istituti meridionali che avevano delle apposite “Sezioni di Credito Speciale”. Oggi ci si è inventati la Banca Meridionale, una sorta di Mediocredito del Mezzogiorno, un progetto evanescente e futuribile.

La risposta concreta potrebbe venire dal basso, dalle piccole BCC che hanno acquisito sul campo dei titoli di merito che possono far valere e devono essere valorizzate. Da sole hanno molte difficoltà a superare questa crisi, ma con un intervento da parte di tutti enti, locali, istituzioni economiche, sindacati e rappresentanti di categoria possono trovare la propria strada e aiutare la Calabria a imboccare la strada dello sviluppo..

La BCC Mediocrati si è offerta ad assorbire quella di San Vicenzo, e va aiutata in questo sforzo. La sua lungimiranza l'ha portata a rafforzare il suo patrimonio in tempo con l'emissione di un prestito subordinato prima che i morsi della crisi si facessero sentire. Questo non è sufficiente a porla nelle condizioni di poter affrontare un altro grande sforzo da sola.

Nuvole minacciose si addensano sulla BCC di Tarsia, e qualche rombo di tuono si avverte anche sui Due Mari. Quella è una partita importante per il mercato locale: dodici sportelli, interessi che spaziano dallo Ionio al Tirreno ...


C OP Y R I G H T

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