Il federalismo invisibile

di Oreste Parise

Mezzoeuro Anno IX num. 43 del 30/10/2010)

Rende, 30 ottobre 2010

Un provvedimento misconosciuto

Ci sono vari pericoli nell'annunciata riforma federale dello Stato. Alcuni si vedono, come nel caso del federalismo fiscale. Altri no, come accade per il federalismo demaniale. Eppure il primo dei decreti attuativi del Titolo V della Costituzione è stato approvato a maggio senza grande clamore. Considerato un intervento che non stravolge l’assetto istituzionale, può determinare conseguenze imprevedibili nel disinteresse generale.

Cos’è il federalismo demaniale? E’ l’attribuzione a comuni, province, città metropolitane e regioni di un proprio patrimonio, in attuazione dell’articolo 19 della legge 5 maggio 2009, n. 42, riportando pedissequamente il titolo del decreto attuativo del Governo. In maniera più esplicita si tratta della suddivisione dei beni oggi di proprietà dello Stato, demanio o patrimonio disponibile, agli enti locali.

“I beni del patrimonio disponibile dello Stato sono 18.959, di cui 9.127 fabbricati e 9.832 terreni, distribuiti in modo disomogeneo sul territorio nazionale, con un’accentuata loro concentrazione in alcune regioni centro settentrionali”.

“Il valore inventariale di tali beni ammonta nel complesso a circa 3,2 miliardi di euro, di cui circa 1,9 rappresentati da fabbricarti e 1,3 miliardi da terreni; i beni del patrimonio indisponibile sono invece 22.716, di cui 20.135 fabbricati e 2.581 terreni, per un totale a valore di libro di circa 30 miliardi di euro; i beni del demanio storico artistico, riferiti sia ai beni in consegna al Ministero per i beni e le attività culturali, sia all’Agenzia del demanio, sono 4.642, di cui 3.161 fabbricati e 1.481 terreni, per un valore risultante dal conto generale del patrimonio 2008 pari a circa 16,3 miliardi euro”. Entro il 22 dicembre prossimo l’Agenzia del Demanio dovrà pubblicare l’elenco dei beni da trasferire.

La lunga citazione è tratta dal parere espresso dalla Commissione Parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale, sulla base dei dati forniti dall’Agenzia del demanio. La lunga e tediosa teoria di cifre pone in evidenza la grande girandola d’interessi che gira attorno a un decreto passato quasi in sordina e a cui si è dedicato molto minore spazio sui media del caso di Avetrana o del nuovo tormentone bunga bunga.

“Con il Federalismo Fiscale non credo assolutamente che cambino le cose, anzi si farà in modo di vendere anche il demanio dello Stato alla Mafia e alla Camorra. Si perché questa legge farà in modo che tutto diventi più facile per speculare e rendere una parte del Paese allo sfascio più totale”. Questo il perentorio giudizio espresso sulla rete in un forum sull’argomento.

La questione è così complessa e intricata che ci vorranno degli anni prima che si definisca il quadro completo delle competenze e dei trasferimenti agli enti locali e si potrà tentare di fare un primo bilancio delle esperienze.

Secondo quanto affermato dalla citata Commissione Parlamentare la questione dovrebbe riguardare essenzialmente il Nord del Paese, dove si concentra la parte più significativa del patrimonio statale.

Guardando dal basso dello stivale, tuttavia, non si può nascondere che il patrimonio pubblico non è affatto poca cosa e pone dei problemi molto seri e rilevanti. Il valore di libro, calcolato secondo stime storiche, è molto sottostimato, per cui si potrebbe pensare che sia trascurabile. Non è affatto così e la questione meriterebbe un serio approfondimento per evitare il ripetersi di errori che hanno caratterizzato la nostra storia recente. Nel Sud l’attaccamento alla “robba”, è un dato strutturale della società. La criminalità organizzata ancora oggi investe gran parte dei suoi lauti profitti in terreni e fabbricati.

Si può ricordare che l’ultimo sconvolgimento della struttura patrimoniale del Mezzogiorno si ebbe tra gli ultimi decenni del Settecento e tutto l’Ottocento. Dopo il disastroso terremoto del 1783 fu istituita la Cassa Sacra per la soppressione di molti ordini religiosi e l’abolizione della manomorta ecclesiastica e la restituzione al “mercato” di un grande patrimonio immobiliare. In seguito Gioacchino Murat emanò il decreto di eversione della feudalità che aboliva le baronie e smembrava i feudi. La complessa vicenda della distribuzione delle terre diede origine a occupazioni abusive con una serie di contestazioni che contribuirono non poco a ingenerare quel sentimento antiborbonico che portò al crollo del Regno. La complessa vicenda fu conclusa dal nuovo stato unitario con un colossale condono che legittimò tutti gli abusi. La risposta alle delusioni fu il brigantaggio prima e la fuga nell’emigrazione poi, quando si perse qualsiasi speranza di poter ottenere una pur parziale giustizia sociale.

Con questo decreto la questione demaniale ritorna prepotentemente nell’agenda politica. Non vi è più quella carica emotiva che nasceva dallo stretto legame esistente tra la terra e la sopravvivenza della gente. Il contesto storico e sociale è molto diverso e diversi sono gli interessi che ruotano attorno al demanio. Ieri il problema più urgente era lo sfruttamento agricolo dei terreni, oggi vi è una questione ancora più grande costituita dalla speculazione immobiliare e dal concreto rischio di una ulteriore cementificazione del territorio, il tutto sotto l’accorta regia di una criminalità organizzata sempre più invasiva. In molte realtà è diventata stato, poiché è riuscita a incunearsi nei meccanismi burocratici, ha assunto dirette responsabilità politiche e il controllo di una fetta importante dell’economia.

Molti sono gli interrogativi a cui bisognerebbe dare una risposta. In primis, vi è una questione di equità nella distribuzione dei beni e non è affatto assodato che questo sia un processo automatico. Dovrebbe avvenire con un confronto serrato tra le parti interessate, ma alla fine si procederà con un atto d’imperio, com’è sempre accaduto nelle esperienze precedenti. Il decreto attuativo richiama a più riprese il carattere solidale al quale è improntato il processo di creazione di un sistema “federale”, che deve avere tra i suoi principi i canoni dell’autonomia e della responsabilità degli enti territoriali e i principi di solidarietà sociale e coesione nazionale sottesi al nostro ordinamento costituzionale. Il fine dichiarato è la creazione di “una nuova e più avanzata modalità di governo di un sistema istituzionale policentrico e multilivello”. (Il virgolettato è tratto dal parere della Commissione di cui sopra). Belle parole e lodevoli intenzioni, spesso smentite dai fatti.

Il secondo problema riguarda la capacità e la disponibilità di risorse per gestire questo enorme patrimonio che è trasferito agli enti locali. Questo è un passaggio molto delicato, poiché in nessun comma della legge delega è fatto alcun cenno al trasferimento di risorse, che al contrario, per esigenze del bilancio pubblico, vengono ulteriormente decurtate. Il risultato è che gli enti locali si troveranno con una dotazione patrimoniale accresciuta, costituita da terreni e fabbricati, e minori risorse per gestirli. Delle due una. Potranno abbandonare a se stessi questi beni o porli sul mercato, per la vendita o una loro utilizzazione economica. Alla fine della commedia l’effetto sarà una gigantesca opera di privatizzazione del patrimonio pubblico. Tutto in linea con la nuova filosofia liberale e liberistica. Se è un effetto voluto, si tratta dell’applicazione di un principio i cui risultati si valuteranno in seguito.

Vi sono molti delicati problemi collegati al trasferimento del patrimonio naturale, come laghi, fiumi e coste ad esempio, che diventando di proprietà dei comuni saranno utilizzati come fonte di entrata per gli stessi. Già oggi in molti tratti della costa è difficile accedere al mare, figuriamoci cosa potrà succedere quando i comuni si vedranno costretti a cedere ai privati gli arenili per far cassa. Si crea altresì una grande disparità tra i comuni che hanno la possibilità di valorizzare il patrimonio ricevuto in dote e quelli invece che dovranno sostenere solo costi per la manutenzione, come succedere per il patrimonio boschivo, molto più difficile da controllare e trasformare in una fonte di reddito.

Non vi è dubbio che tutto il procedimento di devoluzione del patrimonio demaniale costituisce un formidabile mezzo per allargare ulteriormente il divario tra le varie aree del Paese e creerà una forte discriminazione tra gli stessi enti locali. In particolare si deve segnalare la difficoltà in cui verranno a trovarsi i piccoli comuni interni che stanno rapidamente spopolandosi e non hanno già oggi le risorse per gestire il patrimonio proprio, com’è il caso di Bocchigliero o di Longobucco. Il decreto di federalismo demaniale non porterà alcun sollievo nelle loro casse, né darà alcun aiuto per arginare l’esodo. La conseguenza logica sarà il progressivo abbandono dei beni demaniali che ancora una volta saranno oggetto di abusi e usurpazioni, tagli indiscriminati di boschi e così via.

Laddove possibile sarà certamente forte la pressione e la tentazione di utilizzare questa opportunità per “fare cassa”, con varianti agli strumenti urbanistici che consentiranno l’edificabilità delle aree. Peraltro lo stesso decreto prevede che si debba procedere alle varianti per poter valorizzare adeguatamente il patrimonio ricevuto in dote. Per alcuni e in alcune realtà questa sarà una opportunità reale, per altri si rivelerà una beffa e non è previsto alcun meccanismo perequativo. Una volta fatta la frittata non si potrà fare altro che rigirarla, ma non si potrà tornare indietro o chiedere un aiuto. Per venire incontro alle difficoltà che potrebbero incontrare i piccoli comuni, l’Anci propone di costituire un fondo comune d’investimento per valorizzare i portafogli immobiliari con l’ausilio e il contributo di professionisti esterni. Una idea ottima, ma di dubbia efficacia sul nostro territorio.

Il decreto si preoccupa di stabilire che gli enti locali in stato di dissesto finanziario non possono alienare i beni a essi attribuiti fino a quando perdura lo stato di dissesto. Serpeggia, infatti, la sensazione che i comuni possano utilizzare i beni ricevuti come una risorsa per finanziare spese ordinarie e superare il blocco stabilito dalla legge di bilancio.

Vi è però un aspetto che merita una riflessione. Come nasce questo decreto? Quali sono i presupposti giuridici su cui si poggia? Il primo rigo del decreto recita. “Visti gli articoli 76, 87, quinto comma, 117 e 119 della Costituzione”, così come modificati dalla famosa revisione del Titolo V, avvenuta con la legge Costituzionale n. 3 del 18 ottobre 2001, con la quale è stravolto il sistema delle Autonomie Locali e dei rapporti con lo Stato.

Il testo modificato dell’articolo 114 dichiara che l’ordinamento della Repubblica è fondato su strutture paritetiche costituite da Comuni, Province, Città metropolitane, Regioni e Stato, senza distinzione tra livelli gerarchici.

Nell’art. 117 sono indicate le materie di competenza esclusiva di ciascuno degli organismi e, implicitamente si afferma come più rilevante la competenza regionale rispetto a quella statale.

È l’eredità lasciata dal Governo Amato nell’ultimo scorcio della prima legislatura prodiana. La grande riforma è stata voluta dal centrosinistra, approvata a maggioranza (risicata) dei voti in Parlamento e sottoposta a referendum confermativo. In quel momento si è voluto depotenziare il messaggio leghista appropriandosi dei suoi temi e strizzare l’occhio al suo elettorato.

Non solo non è servita a scopo elettorale, poiché la Lega ha continuato a prosperare, anzi ha rilanciato tentando di far passare una riforma ancora più radicale, la famosa “devolution”, sepolta sotto una valanga di astensione al successivo referendum. Ora la Lega, rassegnata di non poter ulteriormente forzare la mano, sta cogliendo i frutti di quel seme piantato tanti anni fa dal centrosinistra. Una vera e propria bomba a orologeria, che mostrerà i suoi perniciosi effetti a mano a mano che si procederà con il completamento di quel mosaico rimasto fermo alla sola intelaiatura per tutti questi anni.

Forse sarebbe il caso di chiedersi se era proprio il momento di sconvolgere l’assetto istituzionale del paese. Si può discutere della forma e del modo con cui i principi enunciata in quella riforma sono oggi introdotti, ma non si può certo contestarne la legittimità giuridica e politica. Che ci sia anche qualche nesso con la difficoltà del popolo della sinistra di riconoscersi in uno schieramento che sembra aver perso la bussola, avendo rinunciato alla propria storia, alla propria cultura, alla propria tradizione limitandosi a scimmiottare il centrodestra per non apparire lontano dalla realtà. “Dite qualcosa di sinistra”, urlava Nanni Moretti ai raduni dei girotondini. La riforma del Titolo V non era certo il massimo che ci si potesse aspettare.

Una ultima osservazione riguarda il lessico utilizzato dal legislatore. Si parla di federalismo in riferimento a un processo di trasferimenti di una parte del patrimonio immobiliare dello Stato agli enti locali. Possiamo parlare di riordino amministrativo, di decentralizzazione del patrimonio, di responsabilizzazione degli enti. Ma cosa c’entra questo con il federalismo? O vogliamo ritornare all’Italia dei mille comuni, ognuno dei quali forma una forma di stato? In questo come negli altri provvedimenti di attuazione si producono degli effetti disgreganti, con regolamentazioni differenziate per territorio e la questione linguistica è la meno rilevante. Almeno in apparenza. Ma il linguaggio contribuisce in maniera determinante a veicolare i messaggi e sarebbe necessario che la politica usasse la parola con maggiore proprietà e in aderenza alla realtà che vuole descrivere.

Il federalismo demaniale è un barbarismo linguistico che non trova alcuna giustificazione semantica.


C OP Y R I G H T

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