Questa società è contro i giovani

di Oreste Parise

Mezzoeuro Anno IX num. 48 del 4/12/2010)

Rende, 3 dicembre 2010

La protesta studentesca nasce da un profondo malessere

Gianni Latorre, rettore dell’Unical analizza il movimento giovanile che ha assunto una dimensione inaspettata. Il decreto Gelmini è solo la causa scatenante, ma la protesta mette in discussione la politica di emarginazione e precarizzazione di intere generazioni. E non sarà facile fermarla, ma potrebbe essere l’inizio di una rivoluzione sociale.

Quali sono i motivi scatenanti di questa protesta che sta interessando tutto il mondo universitario, dagli studenti, ai ricercatori e anche molti ordinari. E’ solo un effetto della riforma Gelmini?
Nessuno aveva previsto un fenomeno così esteso e generalizzato. Una protesta che si è estesa in tutti gli atenei dal nord al sud. Non si tratta solo di una non meglio precisata opposizione al disegno di legge Gelmini, ma c’è dell’altro.
Lei pensa che ci sia un grande vecchio con un disegno, una strumentalizzazione che alimenta il senso di smarrimento e confusione di questo particolare momento di crisi politica?
Si tratta di una protesta spontanea. La misura inaspettata della partecipazione indicano un profondo malessere che pervade tutto il mondo giovanile, che trova molti motivi che la giustificano. Questa società sembra essere organizzata contro i giovani.
La riforma Gelmini è solo un momento scatenante.
Un casus belli, la goccia che fa traboccare il vaso. I nostri giovani non hanno prospettive, vedono un futuro pieno di incognite, precariato, difficoltà di accedere ai posti di responsabilità, mancanza di reddito, difficoltà di organizzare la propria vita, di poter avere una casa, una famiglia.
In questo l’università ha avuto un ruolo non marginale. In che cosa ha mancato?
Cominciamo con l’autocritica. Anche l’università ha le sue colpe perché non si è posto il problema di una offerta formativa che fosse anche a un mercato del lavoro realistico e non immaginario. La mancanza di prospettiva dei giovani è strettamente legata al fatto che questo nostro Paese al momento non ha un suo progetto. Soprattutto in un periodo di crisi globale, di grande trasformazioni, un periodo nel quale sull’arena mondiale si affacciano nuovi protagonisti, che non sono soggetti marginali, ma giganti come la Cina, l’India, il Brasile. Il PIL cinese ha superato quello giapponese e, in tempo di crisi, cresce al ritmo del 10% annuo. Questo significa che la crescita della Cina riduce lo spazio di tutti gli altri paesi che si trovano in affanno.
La risposta dovrebbe arrivare dalla ricerca. Il nostro Paese vive una contraddizione. Ha un numero di laureati inferiore alla media europea e una disoccupazione intellettuale che non ha eguali nel resto dell’Europa.
La contraddizione è soltanto apparente, poiché l’economia italiana non è fortemente basata sulla conoscenza, come succede in Germania, Francia, Inghilterra o gli Stati Uniti. La nostra economia è basata su produzioni a basso contenuto tecnologico. Abbiamo anche produzioni di alto livello, come la meccanica, ma sono insufficienti ad assorbire tutti i laureati che escono dalle università italiane.
Vi sono forti squilibri, in alcuni settori i laureati risultano insufficiente mentre vi è un esubero in altre. Quali riforme sarebbero state necessarie per adeguare l’offerta formativa alle esigenze della società?
Certamente l’università italiana ha bisogno di una grande riforma soprattutto per tre aspetti: la valutazione degli atenei, la governance e la modalità di reclutamento del personale docente. La tendenza mondiale è di una normativa snella e non dirigistica del sistema universitario, dove vengono indicati gli obiettivi strategici che si intendono perseguire. Lo stato che finanzia valuterà l’attività svolta e il grado di realizzazione di quegli obiettivi. Nella fase di avvio si può concedere un periodi di tre anni per consentire ai singoli atenei di adeguarsi ai criteri stabiliti e posizionarsi nel modo migliore rispetto ai parametri posti alla base del sistema valutativo. In questo bisognerà tener debito conto del contesto in cui la singola università opera. Qui nel sud non abbiamo la stessa capacità di autofinanziamento al pari delle università del Centro-Nord che possono avere l’aiuto dei grandi gruppi finanziari, delle fondazioni e gli stessi enti locali hanno risorse più cospicue. Il finanziamento delle università dovrebbe essere legato al raggiungimento di quegli obiettivi.
In Italia si è seguita la strada opposta riempiendo l’università di una pletora di norme, circolari, regolamenti, decreti, normine e normone che hanno appesantito tutto il sistema.
Lei sta invocando la concessione di un’ampia autonomia agli atenei.
Questo è il modello dominante in tutto il resto del mondo. Le università migliori, godono della più ampia autonomia e il loro prestigio gli consente di reperire risorse sia pubbliche che private. Vengo spesso accusato di essere un aziendalista. Ebbene, per dirla in termini aziendali, avendo ben presente la particolare natura dell’università che deve fornire cultura e ricerca, le università devono essere giudicate per il risultato che conseguono. In Italia si preferisce intervenire sul processo, sull’organizzazione amministrativa e didattica. Altrove anche il sistema di reclutamento è completamente libero. Ogni università si sceglie i docenti che vuole, ben sapendo che se si reclutano amanti, mogli, mariti, amici e persone di quarto ordine, ne paga le conseguenze: saranno gli stessi docenti a pretendere rigore nella selezione.
La riforma è una sequela di norme dirigistiche che rinviano a un insieme enorme di altre norme che dovranno intervenire su questioni molto minute, a deleghe date al governo, altri regolamenti e poi circolari ministeriali. Ciò significa che il processo legislativo durerà anni, e prima che sia completato si renderà necessaria qualche altra riforma.
La riforma è dunque tutta da buttare?
L’approccio è sbagliato, ma devo dire che affronta dei nodi fondamentali per migliorare il sistema universitario italiano. Innanzi tutto, il principio della valutazione. Alle università non arriveranno soldi dallo stato a pie’ di lista, ma a seguito di una valutazione del loro operato, solo che l'Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca) ancora non funziona nonostante sia stata istituita già nel 2008 dal governo Prodi. Si è cercato di mettere mano al reclutamento poiché il sistema attuale non è adeguato. Oggi si forma una commissione per ogni posto che l’università bandisce, mentre la riforma riporta in vita la Commissione unica nazionale. I cui membri verranno scelti per sorteggio tra gli ordinari delle varie discipline, che dovrà bandire dei concorsi per la formazione di liste degli abilitati. Ciascuno ateneo bandirà dei concorsi locali per coprire le proprie esigenze, a cui potranno partecipare solo gli abilitati. Non è il massimo che si potesse ottenere, ma rappresenta un notevole passo avanti.
Uno dei motivi della protesta è proprio il sistema di riservare il sistema di reclutamento riservato agli ordinari, i cosiddetti baroni, escludendo gli associati e i ricercatori.
Gli ordinari sono quelli che per imbroglio o per merito hanno acquisito la piena maturità nella ricerca scientifica. Nonostante tutte le critiche credo che la stragrande maggioranza ha raggiunto quella posizione per merito. Non è certo sbagliato affidare l'onere, oltre che l'onore, della valutazione a coloro che hanno i titoli più elevati.
Un altro elemento di preoccupazione è la precarizzazione della figura del ricercatori, che dopo anni di sacrifici si ritrovano in un limbo.
Questa è una delle più grandi differenze che esiste tra l'Italia e qualsiasi altro paese al mondo. Dappertutto il sistema è basato su tre livelli. Il primo livello non è formato da figure di ruolo, perché prima di accedere al ruolo si deve dimostrare di essere tagliati per fare il professore universitario, di fare ricerca scientifica di alto livello. Oggi si può diventare ricercatori subito dopo il conseguimento della laurea senza neanche un dottorato di ricerca. Lo spirito della legge è quello di lasciare un peridio di sei anni per dimostrare le capacità e le attitudini. Entro questo periodo puoi partecipare ai concorsi e vincerli, altrimenti rimani fuori. Non c'è irragionevolezza in questo. Il problema fondamentale sono le risorse.
Gli studenti lamentano che vi sia stata una forte decurtazione dei sussidi allo studio, borse o alloggio gratuito, per cui molti di essi rischiano di non poter completare i propri studi.
Questo non riguarda affatto il decreto Gelmini, ma la restrizione è stata decisa con la finanziaria del 2008 e in quelle successive, l'università è stata colpita da un punto di vista economico in maniera enormemente superiore a tutti gli altri comparti della pubblica amministrazione. Credo che la maggioranza di coloro che protestano il decreto non lo hanno proprio letto, anche perché è troppo tecnico e di difficile interpretazione. Questo corrobora la mia opinione che la vera riforma avrebbe dovuto essere un testo molto più snelle e più semplice che assicurasse massima autonomia alle università.
Una delle giustificazioni addotte dal governo è che all'interno delle università vi fossero grandi sprechi.
Questa è una giustificazione del governo. Non si può negare che il sistema universitario possa essere ulteriormente efficientato, legate a una diversa governance. E' innegabile che il sistema universitario italiano è uno dei più efficienti al mondo. La quota di PIL che si spende in Italia per le università, la spesa media per studente sostenuta dallo stato e la spesa per ricerca sono tutte inferiore a quello che si spende in tutti i paesi occidentali. La nostra università non produce asini, tanto che i nostri ricercatori hanno un grande mercato fuori dall'Italia. L'Italia esporta cervelli, questo significa che li formiamo bene, nonostante si spenda molto di meno. Ad esempio la quota del PIL destinata alla ricerca è di circa un punto percentuale in Italia - e si taglia ancora, contro una media del 2% in Europa, con punte superiori al 3% in Svezia. Nonostante che nel vertice europeo di Lisbona fosse stato fissato un obiettivo minimo del 3% per ciascun paese. Secondo i dati OCSE ancora oggi l'Italia è la settima potenza scientifica del mondo.
Quindi lei contesta che l'università italiana sia inefficiente.
Si è fatto un gran battage pubblicitario su questo e vi sono alcuni elementi che potrebbero essere portati a sostegno di questa tesi. Ad esempio la proliferazione del numero dei corsi è un dato reale, anche se si dimentica che nel passaggio al 3+2 questo è un fenomeno del tutto naturale e non patologico. Bisognerebbe confrontare i corsi di laurea tradizionali con quelle di primo livello per avere una certa omogeneità. C'è stato un certo allargamento. Non voglio sostenere che l'università è il regno della virtù. Ma la virtù non si consegue con le norme, ma con la responsabilizzazione e l'attribuzione di premi e di penalizzazioni in denaro che devono essere elargiti a seguito di rigorose valutazioni.
Ritornando alla protesta. Secondo lei è un fenomeno che risponde a una logica unitaria come il movimento studentesco del '68, o si tratta di fenomeni locali?
Bisogna oggi distinguere le varie componenti. Gli studenti rispondono a un senso di disagio che è presente in tutto il paese per l'incertezza e la mancanza di prospettive. I precari sentono di aver sprecato anni della propria vita rincorrendo un sogno e si trovano in bilico per la politica dei tagli che sono drammatici. L'anno prossimo è prevista un taglio del budget del 20%. Tenendo presente che in media il 90% del bilancio è destinato al pagamento degli stipendi al personale, questo significa che non si avranno neanche le risorse per coprire le spese del personale docente e amministrativo delle università. I tagli disposti con la finanziaria del 2008 sono di 40 miliardi a regime, di questi un quarto era basato sul solo MIUR (Ministero della Istruzione, Università e Ricerca), di cui otto miliardi e mezzo sulla scuola. Con questi tagli non c'è più spazio per nuovi ricercatori. I ricercatori avranno meno possibilità di accedere al ruolo degli associati. La riforma crea una categoria a esaurimento, una sorte di limbo da cui sarà molto difficile uscire, creando una grande frustrazione, poiché vedono preclusa qualsiasi possibilità di carriera. Il reclutamento dei nuovi ricercatori prevede, come abbiamo detto, un sistema temporaneo che non garantisce automaticamente l'accesso alla carriera universitaria, per cui si introduce un elemento di incertezza e di precarizzazione. Peraltro questa non è una grande novità, poiché era già previsto dal decreto Moratti del 2005, con il quale si era stabilito che a partire dal 2013 non vi sarebbero stati più concorsi per ricercatori.
Queste sono motivazioni tecniche, che spiegano il disagio. Ma è possibile che la protesta studentesca si trasformi in movimento politico?
Vi sono tutte le premesse. Non bisogna sottovalutare che vi sono tanti altri elementi che hanno scosso l'opinione pubblica l'esplodere di alcune contraddizioni all'interno del centrodestra che ha minato la stabilità di questa maggioranza, le critiche di varia natura che si fanno al premier per il suo latente conflitto di interesse, per una vita privata un po' disordinata. Una miscela che ha provocato una reazione nel mondo universitario e si è diffuso anche al di fuori di esso.
Secondo molti osservatori mancano in questo momento dei leader, delle figure di riferimento che possano catalizzare la protesta. Ieri ci sono stati i Capanna, i Piperno ...
I movimenti di sempre sono stati il palcoscenico per la creazione di nuove figure politiche e penso che sarà così anche questa volta. Bisogna dare un po' di tempo, poiché questo è un movimento giovane sorto nel vuoto di partecipazione politica. Ieri vi erano i partiti che costituivano delle vere e proprie palestre, dei centri di formazione del personale politico. Oggi è tutto più spontaneo, forse più genuino, ma difetta nell'organizzazione.
Da quella esperienza molti sono finiti nelle istituzioni, nel parlamento o nelle istituzioni locali, altro sono rimasti dei reduci nostalgici, prigionieri del proprio passato. Bisogna riconoscere che sulla questione universitaria si sta realizzando uno scontro politico all'interno del centrodestra e tra i due poli. Questo falsa in una certa misura il processo che avrebbe potuto portare a una legge di riforma universitaria bipartisan che affrontasse i veri nodi gordiani dell'università.
Non essendo possibile modificare tutto, quali sono gli elementi che renderebbero almeno accettabile la riforma Gelmini?
Dando per scontato che non è possibile riscrivere ex novo la riforma, occorrerebbe affrontare almeno due questioni. In primo luogo dare una risposta ai giovani con un buon curriculum per dare loro una prospettiva, e in secondo ai ricercatori di ruolo, che hanno una certezza economica ma nessuna prospettiva di carriera. Questo significa dotare la legge di risorse sufficienti a programmare nuovi accessi nei prossimi anni tramite concorso. I precari e ricercatori sono circa trentamila in tutta Italia e rappresentano un patrimonio umano di grande valore. Bisogna ricordare che nei prossimi anni circa il 30% dei docenti di prima fascia andranno in pensione e devono essere sostituiti. Per la governance, bisogna modificare l'equilibrio di potere tra il consiglio di amministrazione, che si deve occupare della gestione, e il senato accademico, cui deve essere assicurata una preminenza nella decisioni riguardanti questioni di chiara natura accademica, come la didattica, gli indirizzi scientifici e il piano di ricerca. Questo anche in ossequio al principio costituzionale che garantisce libertà di insegnamento.
Nella nostra situazione, mi preme sottolineare che il nostro ateneo opera in Calabria, la più povera della regioni italiane. Trovo assolutamente ingiustificata la politica dei tagli lineari, che non tiene in alcun conto la diversità dell'ambiente circostanza, il tessuto imprenditoriale e la grande sperequazione nella distribuzione dei redditi e dei patrimoni. Al di là del merito, alcune università potranno sopravvivere, mentre altre saranno costrette a chiudere per mancanza di risorse. Questo è inaccettabile. I meriti di questa università sono stati riconosciuti dallo stesso ministero, ma questo non ci consentirà di sopravvivere dignitosamente nei prossimi anni, se rimarranno in piedi questi tagli. La decurtazione del 20% a Milano potrà essere facilmente recuperata facendo appello al territorio. A Milano hanno raddoppiato le tasse universitarie senza alcuna protesta da parte delle famiglie. Cosa succederebbe se attuassimo una cosa del genere qui in Calabria? Ci sarebbe una rivolta sociale.
La Regione Calabria è l'unica regione che non destina neanche un euro per le sue università, ma otteniamo solo il finanziamento di progetto a valere sui fondi europei, che non possono essere utilizzati per finanziaria l'attività dell'ateneo, ma hanno una specifica destinazione per la realizzazione di quel particolare progetto. L'unico aspetto positivo è che consentono di dare un po' di sollievo ai giovani che partecipano a quel progetto, come una forma temporanea e precaria di sostegno. E poi nel 2013 anche questo canale si inaridirà.
Qui siamo condannati ad avere la scuola peggiore, gli ospedali peggiori e l'università peggiore.


C OP Y R I G H T

You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the the qui included at my home page, citing the author's name and that the text is taken from the site http://www.oresteparise.it/. Il copyright degli articoli è libero. Chiunque può riprodurli secondo le @ondizioni elencate nella home page, citando il nome dell'autore e mettendo in evidenza che il testo riprodotto è tratto da http://www.oresteparise.it/.


Ultimo aggiornamento del