Pasquale Baffi: il Socrate calabrese

di Oreste Parise

Mezzoeuro Anno XI num. 18 del 05/05/2012


Rende, 2/05/2012


Fu uno dei martiri del 1799

Uno dei più rinomati grecisti dei suoi tempi, fu uno dei ministri della Repubblica Partenopea. Morì afforcato per due volte per errore del boia.


Nella Biografia degli italiani illustri nelle scienze, lettere ed arti nel secolo XVIII e de’ contemporanei, curata da Emilio De Tipaldi pubblicata a Venezia nel 1834 il nome di Pasquale Baffi appare in bella evidenza. La sua biografia, curata dal Marchese di Villermosa, si riporta integralmente qui sotto.

“Pasquale Baffi, celebre ellenista, nacque nel dì 22 luglio 1749 in S, Sofia d’Epiro distretto di Rossano in provincia di Cosenza Ulteriore nel Regno di Napoli da Giovanni Andrea e Serafina Baffi, La sua famiglia fu di origine greca emigrata con gli albanesi, che nel principio del secolo XV vennero in questo regno. I primi studi furono da lui fatti nel Collegio Italo-greco di S, Benedetto Ullano dell’istessa provincia di Calabria, ove da quel vescovo monsig. Archiopoli fu ammesso per alunno. Ivi con meraviglioso successo coltivò in particolare gli studi delle lingue greca e latina, e nell’età di anni 28 fu fatto maestro di lingua greca nella sua camerata. Nella soppressione de’ Gesuiti nel Regno di Napoli furono dal governo ricercati i migliori giovani istruiti per supplire alla mancanza di quei religiosi che s’impiegavano alla istruzione della gioventù. Allora fu che Baffi fu mandato in Cosenza per essere esaminato, e dopo avere con somma lode sostenuto un pubblico esperimento, meritò la cattedra di lingua greca nelle regie scuole della Nunziatella in Napoli, e nel 1779 socio della regia Accademia di scienze e belle lettere ivi creata. Indi nel 1786 gli fu conferita la carica di bibliotecario dell’istessa accademia, e nell’anno medesimo fu eletto bibliotecario della Biblioteca Reale. A’ 19 di gennaio del 1787 fu destinato a mettere in ordine l’archivio della allora così detta Cassa Sacra, con dovere d’interpretare le antiche pergamene. Nell’aprile del 1787 fu nominato Accademico Ercolanense, cominciando ad occuparsi nell’interpretazione de’ greci papiri, in qual lavoro dopo molti anni fu da altri eseguito. Nel 1792 ebbe l’incarico di interpretare le pergamene dell’Archivio della Magione in Sicilia. Diverse altre letterarie commissioni gli furono dal governo affidate per interpretazione di Diplomi greci e latini.

Per ordine sovrano interpretò un antico manoscritto greco della R. Biblioteca di un rarissimo trattato di Musica di Adraste Peripatetico, che ora esiste nell’istessa R. Biblioteca, come vi esiste ancora altro lavoro inedito dell’istesso Baffi che ha per titolo: Hermiae Philosophi Commentario in tres libros digesta in Platonis Phaedonem cum interpretat. Paschalis Baffi, versione, ac brevibus notis. Compose anche una Grammatica Greca, che voleva pubblicare, e che ora conservasi dal figlio. Distese un catalogo distinto dei Codici Greci Mss. della Biblioteca R. da lui mandato all’Harles, dal quale fu pubblicato nel IV volume della Biblioteca Greca. Il Villoison nel libro intitolato Anecdota Venetiis, 1784 lo chiama in vari luoghi virum grecae doctissimum. Ne fa degna menzione Cristoforo Harles nella prefazione al tom. IV della sua nuova edizione della Biblioteca Greca del Fabricio, pagina 8. Ed il medesimo in attestato della sua riconoscenza per i lumi e le notizie de’ Codici Greci della R. Biblioteca, il cui Catalogo fu mandato per esecuzione degli ordini sovrani, dedicò a Baffi il terzo tomo della sua opera intitolata: Introductio in Histor. Gr. Lat. Altenburg, 1795. Nella Regia Biblioteca Borbonica esistono le lettere autografe scritte al Baffi da Davide Ruhnkenio, Villoison, Harles, Scow, Giacomo Morelli, Becchetti, BandiniBandini, nelle quali si leggono le testimonianze di stima verso del Baffi, esortandolo a pubblicare le opere sue. Morì il Baffi disgraziatamente nel giorno 11 novembre del 1799”.

RitrattoBenché la biografia di Carlo Cottone, Marchese di Villermosa, appare curata in molti particolari, risulta invece reticente nella descrizione dei fatti e degli avvenimenti a cui prese parte Pasquale Baffi, che egli conosceva molto bene, poiché facevano parte della stessa loggia massonica. La sua ricostruzione, come tutta l’opra, risente palesemente del clima reazionario imposto dalla restaurazione. Volendo tessere un elogio per l'amico, ha omesso quanto poteva impedire la pubblicazione per la rigida censura cui erano sottoposte tutte le pubblicazioni. Venezia era sotto il domino austriaco ed era proibito qualsiasi riferimento all'intero periodo che va dallo scoppio della Rivoluzione Francese nel 1789 fino al 1814 che potesse adombrare una adesione ai principi rivoluzionari o celebrare i suoi protagonisti, considerati alla stregua di banditi. Solo un avverbio tradisce la tragicità degli eventi in cui fu coinvolto, poiché egli era uno dei membri del governo della Repubblica Partenopea.

Secondo quanto riportato da Alexander Dumas “Pasquale Baffi fu nominato nel Comitato dell'interno, insieme con Raimondo di Gennaro”. Molto significativa la presenza di calabresi nel governo rivoluzionario: vi presero parte il reggino Giuseppe Logoteta, Domenico Bisceglia di Donnici, e Luigi Rossi di Montepaone, nominato segretario del Comitato di Legislazione.

Carlo Botta nella sua Storia d'Italia, parla con gran tenerezza di Pasquale Baffi. In riferimento alla sua condanna scrive: “Né giovò a Pasquale Baffi la dolcezza incredibile della sua natura, la straordinaria erudizione, l'essere uno dei primi grecisti del suo tempo, né l'avere pubblicato una traduzione, col testo, dei manoscritti greci di Filodemo trovati sotto le ceneri di Ercolano. Letterato di primo grado fu dannato anch'egli all'ultimo supplizio da chi non aveva altre lettere, che del saper sottoscrivere una sentenza di morte”.

La sua fu una morte da eroe socratico, come narrato da Dumas con il suo stile romanzato, che vuole in particolare evidenziare la truce figura del giudice Speciale, un sanguinario che godeva nel far soffrire le sue vittime.

Ecco il racconto di Dumas.

“Il giorno 11 (novembre) fu la volta di Pasquale Baffi. Pasquale Baffi era pure uno di que' dolci e placidi scienziati che nascono al momento di un sorriso della natura; egli si era dedicato allo studio della lingua greca ed era diventato uno dei più dotti ellenisti dell'epoca. Tradusse e pubblicò i manoscritti di Filodemo, trovati nelle lave di Ercolano. Passava tutte le sue giornate nelle biblioteche e meditando.

Quando scoppiò la rivoluzione, la voce della patria lo trasse dalla sua bella antichità, ed egli rispondendo a quella voce, si lasciò nominare membro del governo provvisorio, nel quale contribuì a tutto quello che fece di nobile e di buono. Arrestato dopo la rottura dei trattati, la sua giovane moglie si consacrò tutta alla salvezza di lui, ma la sua devozione non le attirò altro che le ingiurie e i motteggi degli sgherri. Speciale l'insultò e la sberteggiò fino all'ultimo.

“State tranquilla, le diceva, vostro marito non morrà: se ne caverà coll'esilio e la faccenda sarà presto sbrogliata.

Passò un tempo assai lungo: la poveretta tornava sempre e, sempre, il manigoldo le dava la stessa risposta. Finalmente un giorno che, per la decima volta, egli le dava quell'assicurazione, uno degli assistenti fu mosso da compassione e gli disse:

“Ma che piacere trovate ad insultare questa povera donna?! Non gli date retta, signora, vostro marito è condannato e tra pochi giorni sarà fatto morire.

La poveretta sentì mancarsi le forze e cadde mezzo morta.

Speciale la guatò con ghigno agghiacciante, e disse:

“Oh! la tenera sposa! Essa ignora perfino il destino del suo consorte” Era quello che volevo vedere. Ho capito. Andiamo, via andiamo! Sei bella, se' giovane, vuoi un altro marito, addio”.

Baffi, quantunque morisse solo, morì col più grande coraggio. Una mano pietosa, la mano di un amico gli aveva fatto passare dell'oppio, affinché, con una morte volontaria, sfuggisse alla morte violenta. Ma egli rifiutò il funebre regalo.

“L'uomo, egli disse, è stato posto dal Creatore in questo mondo come il soldato in sentinella: abbandonare la vita volontariamente è disertare: affronterò il mio destino per quanto fosco pur sia; la morte non è mica uno spavento, la forca non è un disonore. Dio è grande e buono. Egli riceve nel suo seno gli uomini giusti e pii. Venga pure il carnefice, mi troverà pronto e rassegnato.

E così difatti il boja lo trovò quando, l'11 novembre, lo condusse alla morte”.

Pasquale BaffiLa sua fu una morte atroce. Secondo quando racconta Carlo De Nicola dopo aver aperto la botola, il boia si affrettò a tagliare la corda. Pasquale Baffi cadde per terra, ma era ancora rantolante e “l’infelice venne afforcato per la seconda volta”. Secondo un manoscritto dell’epoca ritrovato da Atanasio Pizzi, " fu anche scannato per essere cattivamente afforcato”: il boia molto seccato del suo fallimento, gli tagliò la gola con un coltello. La sua fu una delle esecuzioni più raccapriccianti delle tante che si eseguirono a Napoli in quell’anno nefasto.

Pasquale Baffa, questo era il suo cognome trasformato in Baffi negli atti ufficiali per un errore di trascrizione mai più corretto, fu uno dei primi e più illustri degli italo-albanesi e allievo del Collegio di Sant'Adriano di San Demetrio Corone che furono protagonisti delle rivolte antiborboniche. Tra i tanti è sufficiente ricordare Domenico Mauro e Agesilao Milano, autore dell'attentato a Ferdinando II. Si erano tutti formati nel Collegio tanto che i Borboni e le stesse gerarchie cattoliche lo chiamavano “la fucina del diavolo”.

“Nell’incrocio delle tensioni tra una chiesa dissidente e una minoranza etnica compressa si sprigionano formidabili stimoli libertari, si alimenta una cultura democratica e di riforma sociale che circola nei piccoli comuni albanesi del Pollino, si collega e si potenzia nello scambio politico e culturale con i circoli e le associazioni rivoluzionarie che si agitano in una Napoli che è ancora una capitale europea” scrive Mario Brunetti.

Questo provocava l'odio dei realisti, che non osavano chiederne la chiusura trattandosi di un istituto religioso, ma non perdevano occasione di scagliarsi contro quel covo di rivoluzionari.

Nel generale disordine dell'anno 1799, il Collegio fu chiuso, e su di esso si abbatté il furore delle truppe sanfediste. “Il corso degli studi era sospeso, pochi guardiani custodivano i locali, onde un branco uomini conoscitori dei luoghi e bene armati superarono la debole opposizione, forzando le chiusure vi penetrarono. Liberi di tutto praticare a volontà, con vandalico furore tutto manomisero; si tolsero la cassa colle rendite, le suppellettili, perfino i sacri vasi involarono”, racconta Francesco Tajani nelle sue Istorie albanesi.

Pasquale Baffi non era solo un letterato molto apprezzato in tutta Europa, ma prese attivamente parte alle vicende politiche della sua epoca con una forte passione civile, un costante impegno contro la feudalità e lo strapotere ecclesiastico. Faceva parte di quella folta schiera di illuministi che annoverava tra le sue fila intellettuali, filosofi ed economisti formatisi alla scuola di Antonio Genovesi.

Partecipò fino dall’inizio alla Libera Moratoria, costituita a Tropea già nel 1773 dall’abate Antonio Jerocades attorno alla quale si riunirono le migliori intelligenze calabresi, Michele Torcia, Francesco Saverio Salfi, Domenico Bisceglia, Vincenzo De Filippis e Pasquale Baffi. Egli aveva un forte sentimento umanitario e voleva contribuire a risollevare le sorti dei contadini calabresi.

Il grande teologo e letterato danese Friedirich Münter definì Pasquale Baffi l'uomo più nobile, più onesto e più colto fra tutti gli italiani conosciuti.

Nel 1776 fu arrestato per la sua affiliazione alla loggia, ma venne prosciolto poiché il movimento godeva di simpatia ed adesioni nell'alta aristocrazia della corte napoletana.

La stessa regina Maria Carolina d’Asburgo era sospettata di aderirvi tanto che nel 1779, a seguito di una scissione nel movimento, il Gran Maestro della Gran Loggia Nazionale dello Zelo di Napoli, che aveva aderito al regime Scozzese rettificato (riforma di Lione) aveva assunto il nome di “Marie au temple de la Concorde”, in onore della Regina.

Repubblica NapoletanaLa grande influenza massonica si evidenzia chiaramente nella ricostruzione dopo il terribile terremoto del 1783. L’antica Castelmonardo, ad esempio, fu ricostruita in altro sito con il nome di Filadelfia richiamando lo spirito e gli ideali della rivoluzione americana. Fu anche determinante nella creazione della Cassa Sacra con la quale s’intendeva accrescere il numero dei proprietari con la distribuzione delle terre appartenenti alla manomorta ecclesiastica. A Pasquale Baffi fu attribuito l’importante incarico di inventariare i beni ed esaminare la documentazione notarile redatta quasi totalmente in latino. Egli doveva tradurre gli antichi documenti inerenti agli ex beni ecclesiastici, ormai incamerati dal Regio Demanio ed attestarne l’autenticità. Il suo contributo fu determinante per combattere le usurpazioni da parte del potere ecclesiastico e feudale che si servivano di documenti falsi per rivendicare diritti inesistenti. Dopo un attento esame della documentazione nel 1787 redasse il registro e l’inventario dei beni sacri che consentì di pervenire alla determinazione della consistenza patrimoniale della Cassa Sacra e riuscì a reintegrare 23 arcivescovadi e vescovadi di fondazione regia.

L’azione riformatrice non portò i benefici sperati poiché nell’attuazione concreta si soppressero gli ordini religiosi che pur davano qualche sostegno ai poveri senza riuscire a creare una nuova classe di proprietari, poiché le terre non furono distribuite ma vendute a prezzi modici, ma esorbitanti per chi non aveva altri beni che le proprie braccia.

La rivoluzione francese del 1789, e soprattutto la decapitazione del re Borbone Luigi XV e di Maria Antonietta, sorella di Maria Carolina, portò una svolta radicale nella politica napoletana. Nel clima di paura e di sospetto, s’instaurò un regime di controllo e repressione di ogni idea innovativa bollata come giacobina, ed inizio anche una persecuzione nei confronti di tutti quelli che erano sospettati di idee liberali, arrivando persino a proibire abbigliamento e aspetto che richiamassero ideali rivoluzionari.

Il nuovo indirizzo politico del governo borbonico provocò una frattura insanabile tra gli intellettuali illuministi e la corte borbonica che doveva portare ai tragici avvenimenti del 1799 ed alimentare tutti i successivi moti rivoluzionari fino alla dissoluzione del Regno.

"Baffi faceva parte di quella schiera di intellettuali del Mezzogiorno che, rifecero sé stessi mercé la cultura e il pensiero, crearono a sé stessi una patria, e sono i veri e i soli nostri progenitori politici", scriveva Benedetto Croce.


Il ricordo di Pasquale Baffi

di Alfonso Miola

Cento anni son passati : si era al novembre del 1799 e al carnefice non si dava ancora, riposo. Agli 11 di questo mese di lunedì, nel solito luogo del Mercato (scrive un cronista del tempo) è stato afforcato l’uomo dotto e bibliotecari D. Pasquale Baffi. E aggiungo un orribile particolare, e cioè nel buttarlo giù il carnefice si è sciolto ed è stato afforcato la seconda volta.

Il fatto del non esser morto alla prima sotto il supplizio e dell'essere stato finito in un modo qualunque dal carnefice, per quanto faccia raccapricciare, fu pur troppo vero. In un vecchio manoscritto , che è stato dato in questi giorni alle stampe si legge : Fu anche scannato per essere stato cattivamnite afforcato.

Chi fosse Pasquale Baffi sentiamolo dapprima dal nostro cronista, già in anzi citato, il Marinelli il quale fa seguire la notizia della morte da queste parole : Con la sua morte si è perso l’ uomo dotto e l’uomo affabile ed amico.

Esso era di bassa, statura, brunetto di faccia e ha lasciato due figli. Era unico nella Letteratura Greca, sapendone di diversi linguaggi, che lo parlava bene, i diversi caratteri e le diverse cifre. Essendo Rappresentante del Popolo nel Governo Provvisorio, ciò che guadagnava dava ai poveri. Niuno perciò ardì di arrestarlo nella comune rivoluzione .

Queste parole dell' onesto e veritiero scrittore nell’ingenua loro forma già ne preparavano l’animo a favore del nostro Baffi.

Egli era un figlio della forte Calabria, un discendente dell'antica razza albanese. I suoi maggiori ebbero stanza a Santa Sofia d,Epiro, un paesello in provincia di Cosenza , dove nella chiesa principale si vede tuttora l’antico sepolcro di famiglia con su l’arma gentilizia dei Baffi.

Colà dai coniugi cugini Giovanni Andrea e Serafina Baffi nacque Pasquale agli 11 di Luglio del 1749. Fu mandato a educare e studiare nel collegio italo-greco, famoso un tempo, di S. Benedetto Ullano.

Si racconta, e mi si assicura esser vero, che usci di quella scuola prima di compiervi i suoi studi, per osservi stato un giorno rimproverato a torto e maltrattato.

Fin da allora nel giovanotto docile, studioso, e di indole mite, il quale un ingiusto trattamento si ribella e getta sul viso al maestro il libro che ha fra le mani, si appalesa la natura dell'uomo, per quanto buono e affettuoso altrettanto insofferente di servitù, e pronto a insorgere un giorno anche contro un potere a cui più la sua posizione poteva sembrar ligato, ma che in un dato momento gli parve degno di riprovazione.

Si preparò da se alla vita con lo studio assiduo, e la prima prova del suo valore la diede in un pubblico concorso donde usci vittorioso, meritandosi a venti anni la nomina di professore di greco nelle regie scuole di Salerno, che nel laicizzarsi assumevano carattere universitario.

Il R. Dispaccio con la nomina di lui a quel posto porta la data del 4 Novembre 1769. Nel '73 lo troviamo in Napoli professore nel Real Convitto della Nunziatella, e nella carta di nomina del 18 Ottobre si legge: informato il Re dell’attenzione ed abilità dimostrata da V. S. nelle lezioni finora disimpegnate in codeste R. Scuole di Salerno è venuto in farlo Maestro della lingua latina superiore e della lingua greca nella Real Scuole della Nunziatella.

E ivi insegnò con molto plauso e profitto della gioventù studiosa secondo che il Baffi stesso ci informa che compose un opera (come egli afferma) che per sentimento di dotti ed intendenti, per la sua chiarezza, brevità precisione e solidità lascia indietro quante finora sono uscite alla luce.

Aggiunge che ora si dispone a renderlo pubblico per le stampe ad oggetto di rendere cosi comune la lingua greca così come la latina, e colla lettura degli autori classici introdurre il gusto di più sodo sapere che non è quello che si ricava dalla lettura della maggior parte dei moderni.

Il libro forse fu dato alle stampe alquanti anni più tardi, ma l'edizione è introvabile: il manoscritto si conserva nella nostra Biblioteca Nazionale.

Rimonta a quel anno, cioè al '73, una lettera di Baffi scritta, in elegante latino e diretta a Nicola Ignarra. Fu da costui pubblicata nei suoi opuscoli e contiene ringraziamenti per la buona accoglienza fatta dal Ignarra a taluni componimenti in lingua greca che apprendiamo essere stati scritti dal Baffi per la vittoria delle armi Russe contro la Turchia, e preghiere perché quegli lo aiuti con l'autorità del suo nome a ottenere il posto d'insegnante in Napoli, che dì fatto ottenne.

Negli anni dal '75 al '78 fu il Baffi impigliato nelle faccende relativo al processo dei liberi Muratori rimasto sempre nell' ombra, e sul quale si è fatta piena luce in una recente e accuratissima pubblicazione. Il Baffi si ascrisse alle Logge Massoniche nel Giugno del '74 nel pieno bollore dell'entusiasmo che faceva accorrere in Napoli, a centinaia, persone di ogni ceto ad ascriversi a quella setta. Si credeva di non trasgredire nessuna legge né divina, né umana, ed il governo non vi metteva impedimento.

Se non che nel 12 Settembre del '75 venne fuori un editto severissimo, che deferiva alla Giunta di Stato gli affiliati alla Massoneria, con procedura come nei delitti di Lesa Maestà.

Pare che il ministro Tanucci avesse avuto, nello spiegare un tal rigore, particolari ragioni politiche; ma incontrò nell'attuazione dei suoi disegni forti e imprevedute opposizioni.

Ricorse all'astuzia e da' suoi agenti, principale fra essi il famoso Pallante, fece attirare a una riunione massonica diversi antichi e nuovi ascritti, non delle classi più elevate, per poterli sorprendere o dare su di essi un esempio che giovasse ad allontanare gli altri tutti dalla setta. All'adunanza che fu tornita il 2 Marzo del 76 si trovò presente anche il Baffi, e sorpreso con gli altri fu menato in carcere e vi stette parecchi mesi mentre la causa si istruiva, e il rumore che se ne faceva in Napoli, e fuori andava sempre più dilatandosi.

Si concluse, prevalendo le influenze favorevoli agli arrestati, con l’annullarsi, nel Febbraio del 77, il processo e coll'iniziarsene un altro non più contro i presunti rei, ma contro i loro accusatori.

Al Baffi, per la riforma del convitto della Nunziatella, fu accordata la metà dello stipendio che riceveva come insegnante in quel Istituto, ne ebbe a lungo a dolersene, perché nessuna traccia essendo rimasta de fatti precedenti, continuò ad essere ben visto in alto, dove il merito vero era, spesso apprezzato e premiato.

Nel 1779 fu istituita in Napoli Accademia Reale delle Scienze e dello Belle Lettere, e il Baffi fu prescelto a socio residente.

Poco di poi cominciò ad occuparsi di Ermia e del commento di lui al Fedro di Platone, che gli fu oggetto per molti anni di studii o fatiche senza fine, di cui pur troppo non raccolse il frutto.

Egli aveva in animo di dare alle stampe quell’inedito commento, corredandolo di una versione latina e di note; e però doveva fra loro confrontare i diversi manoscritti che ce ne conservano il testo, quali il codice della Marciana, l’altro dell'Angelica, il Farnesiano e il Carbonariano.

Cominciò da questi ultimi due, che «si conservavano in Napoli uno nella Biblioteca Reale e l’altro in quella di S. Giovanni a Carbonara non ancora a quel tempo annessa alla prima".

Trascrisse dunque di sua mano il secondo codice e ne collazionò la copia col Farnesiano, notandone a margine le varianti e incominciandone la traduzione e un commento critico. Si procurò inoltre, ma diversi anni dopo, una copia esatta del codice Angelico di Roma, si per giovarsi delle varianti che esso presenta e si per supplirne le lacune.

Su questa copia, che conserviamo nella Nazionale insieme con l’altra, sono segnate a margino di mano del Baffi le varianti del codice di S. Giovanni a Carbonara e talune note. Era nel suo pensiero che la pubblicazione a cui si accingeva dovesse servire, mediante una più chiara intelligenza della filosofia platonica, a dar maggior risalto per la virtù dei contrasti alle verità cristiane.

Accrescono valore all’opera di Ermia l’esserci state in essa tramandate molte sentenze di filosofi antichi e frammenti di poeti, e il trovarvi si altresì pregevoli varianti nel incluso testo del Fedro di Platone.

In fine dall’opera di Ermia raccolse il Baffi una copiosa messe di nuove voci e ne formò un indice.

I dotti amici, specialmente stranieri, quali il Zoega, il Munter, lo Schov, il Villoison, l'IIarles, aspettarono invano per più anni, il compimento di quello e di altri lavori filologici del Baffi e la pubblicazione di essi.

Da una lettera del Zoega al Baffi, in data de' 16 Giugno '89 si rileva che questi aveva quasi abbandonata l'idea di pubblicare l'Ermia, viste le difficoltà che in Italia si opponevano a tali intraprese , mentre l'amico che gli scrive si offre di fargli stampare l'opera in Germania.

II sapere di Baffi era portentoso; giacché alla profonda conoscenza del greco classico, e dei sommi scrittori dell'Antichità, accoppiava lo studio dei diplomi e delle carte dei bassi tempi. Né alla semplice interprefazione di quei documenti si arrestava ; ma ne traeva, dotto com’ era in giure, applicazioni pratiche di incontestato valore.

Ne fan fede, fra gli altri, i lavori compiuti nell' 85, su di un antico Processo della Curia del Cappellano Maggiore, donde sicultò la competenza di quel tribunale nella reintegrazione de' Regi Patronati; e nell' '80 all'Archivio della Cattedrale di Capua, ove rinvenne le antiche carte e documenti relativi al R. Patronato di quella Chiesa.

Esperto in tali questioni e nella pratica forense, stette circa questo tempo in forse se rinunziare addirittura alla carriera delle lettere per dedicarsi del tutto a quella del foro come più lucrosa, e che esercitò di fatto per un certo tempo.

Era avvocato ordinario del Monastero della SS. Trinità di Cava, e questa sua qualità gli porse il destro di compiere in quel celebre Archivio tale un lavoro, che gli consolidò la fama di cui già godeva di grecista e di paleografo insigne.

Egli trascrisse e traslatò in latino oltre a cento pergamene greche dell'XI e del XIL secolo, ivi conservate, e ne ebbe dalla Badia attestato di viva riconoscessi e di lode sì pel lavoro e sì pel suo conosciuto disinteresse nel contentarsi del modesto compenso di 300 ducati.

L'anno seguente ebbe la nomina di bibliotecario della R. Accademia, delle Scienze e Belle Lettere al quale posto, assai scarsamente retribuito, andava annesso l'uso gratuito dell’abitazione nel locale del Salvatore.

Ma un ufficio di gran lunga più importante gli era riserbato, e lo ebbe in quell'anno medesimo con R. Dispaccio de' 25 Dicembre così motivato: Essendo il Re informato della probità di costumi di V. S. e del suo profondo e raro sapere per cui è meritamente riputato da primi dotti nazionali e forestieri, e venuta la M. S. a nominarla in secondo luogo fra gli altri tre bibliotecari che dovranno servire in uguali graduazione alla nuova Real Biblioteca, confidando la M. S. che colla di lei esattezza e conosciuta erudizione abbia ella ad essere, di utile e di decoro a questo nuovo Real stabilimento e di profitto soddisfazione agli studiosi che vi concorreranno.

Gli altri due nominati insieme con Baffi furono Francesco Saverio Gualtieri e Andrea Belli. La nuova, biblioteca era la nostra Nazionale. che per 40 anni, cioè fin da quando vi fu collocata da Carlo III, era stata nella reggia di Capodimonte, diretta successivamente dai bibliotecarii Matteo Egizio, Ottavio Bajardi, Giovan Maria Della Torre, Domenico Malarbì ed Eustachio D'Afflitto, ed allora si trasferiva nella Gran Sala del giù palazzo degli Studii, e in altre annesse che tuttora occupa.

I tre bibliotecari di nuova nomina dovevano coadiuvare il bibliotecario in capo D'Afflitto, che mori l’anno seguente o al posto dì lui non fu provveduto; ne al Baffi ed ai suoi colleghi fu affidata con pari grado e attribuzione la direzione della biblioteca. Più tardi fu loro accordalo il medesimo stipendio di cui già godeva, il D'Afflitto, cioè 75 ducati al mese.

Nell’ '87 fu affidato al Baffi altro importante e difficile compito. Con R. Dispaccio del 9 Gennaio gli fa ordinato di recarsi in Catanzaro a dirigervi il Registro e l'inventario dell’Archivio della Cassa Sacra, con l'incarico di leggere, riassumere e tradurre le pergamene e carte originali latine e greche esistenti in parte colà ed in parte anche in Napoli tra quelle venute da S. Stefano del Bosco e da S. Domenico Soriano.

Dalla relazione che scrisse il Baffi , compiuto che ebbe una parte di lavoro, apparisce quanta, utilità si poteva trarre da esso; giacché fatti gli indici delle carte dei monasteri di S. Chiara, dei Carmelitani Scalzi, de' Teatini, degli Agostiniani e dei Conventuali della città di Catanzaro e del Monastero di S. Basilio della Terra di Spatola, il semplice confronto (per servirmi delle stesse parole del relatore) dello stato attuale delle rendite de' suddetti Luoghi pii collo stato antecedente alla soppressione fa venire in cognizione di un notabile divario in somme considerevoli a detrimento del sacro patrimonio.

Lasciò altri a continuare il lavoro, e prese con se le pergamene greche più antiche, dalle quali nulla vi era da cavare per l’amministrazione del culto, e molto per la storia e l'erudizione.

In quello stesso anno '87, che fu per lui tra i più fortunati, un'altra onorifica nomina gli fu conferita con dispaccio del 15 Aprile, quella, cioè di Socio dell'Accademia Ercolanese che risorgeva a nuova vita. In essa fu addetto all’interpretazione e reintegrazione dei papiri di Ercolano, il cui contenuto fu in buona parte da lui tradotto e illustrato.

Quanto gli si debba per i suoi studi di filologia greca o attestato da parecchi dotti stranieri, e basterà, fra tutti citare Cristoforo Harles, che ristampando la Biblioteca Greca del Fabricio, molto si giovò del lavori del Baffi e con parole dì estrema, lode gli manifestò in quel opera la sua, riconoscenza per le notizie fornitegli dai manoscritti della R. Biblioteca, e Arnaldo Hoeren che nella sua edizione delle Ecloghe fisiche di Stobeo rese pubblica testimonianze del valore di lui.

Così pure fecero non pochi altri insigni letterati, che oltre ad avergli significato in lettore private in quanta stima lo tenessero vollero pubblicameli te affermarlo nelle loro opere a stampa.

Per l’Harles compilò il Baffi, nel Aprile del '92. un catalogo dei codici greci della R. Biblioteca; e questo fu inserito nel 5° volume della citata ristampa del Fabricio. Il detto catalogo che per la prima volta fece conoscere agli studiosi i tesori letterari raccolti nel più mitico fondo della nostra biblioteca, ben che redatto con metodo sommario, è di tanta esattezza che sotto certi riguardi si lascia anche indietro quello che con ampia descrizioni e illustrazioni fece molti anni dopo il bibliotecario Cirillo.

Nel 1796 Pasquale Balli pervenuto al colmo degli onori, eletto agli uffici più ambiti dai dotti, tenuto in pregio dai più celebri filologi d'Europa da tutti in Napoli venerato ed amato, volle provare, quelle che nella vita gli mancavano ancora, le gioie della famiglia, e le gustò in tutta la loro pienezza; ma furono per lui di troppo breve durata.

Tolse in sposa nel Gennaio di quel anno Teresa Caldora di nobile famiglia napoletana e adorna di ogni più rara virtù la sorella, di lei Apollonia Caldora ora si rallegrava di tali nozze così scrivendo al cognato agli 11 Gennaio:

"E inespicabile il contento che provo del matrimonio che avete già stretto colla cara mia sorella Teresa .... io ben sapeva le doti che adornano la vostra persona, e perciò stimo assai fortunata mia sorella per questa sorte che ha ottenuta dal Cielo e voglio sperare che col suo virtuoso portamento sappia meritare la vostra affezione"

Due figliuoli erano già nati da una tale auspicata unione, quando arrivò l'anno terribile, il 1799. Gli anni precedenti non erano passati fra noi senza gravi vicende di congiure, di sedizioni e di guerre; ma di esse, nel mondo in cui il Baffi viveva pare non arrivasse che un’eco assai affievolita.

Quegli armamenti, quelle invasioni, quelle disfatte, quelle rivolte non turbavano la serenità degli uomini che passavano, come il Baffi, il loro tempo fra gli studi, fra i libri o il dotto conversare e carteggiare.

Il Baffi, benché dedito agli studi suoi preferiti di filologia greca non trascurava, quelli che più strettamente si riferivano al suo affido di bibliotecario, e attendeva alacremente a ordinare insieme suoi colleghi la gran sala della nostra biblioteca, dove erano stati già trasportati i libri Farnesiani di Capodimonte e gli altri che si venivano o a mano a mano aggiungendo ai primi.

Di tutti si andava compilando sollecitamente il catalogo e se ne riferiva di tanto in tanto dai Bibliotecari al Maggiordomo Maggiore del Re, a cui era. affidata l’alta direzione della biblioteca e degli altri istituti che aveauo stanza nel palazzo degli Studi. Il Marchese del Vasto, che occupava quella carica, al 1° febbraio del "94 scriveva ai bibliotecari Baffi e Belli:

"Siccome l’oggetto di tante spese da più mini erogate da S. M. nella R. Biblioteca si e l’istruzione della gioventù bisognosa di libri, che per se non può acquistare cosi necessario ricavarne, ormai l’aspettato frutto. Laonde si contenteranno di farmi subito stipare se siasi formato catalogo della R. Biblioteca.... ed in caso che tale catalogo non sia per anche terminato si serviranno lavorare in esso per condurlo a perfezione quanto più presto esser possa per imprimersi, onde possa alfine aprirsi al pubblico desideroso la R. Biblioteca...."

I bibliotecari rispondono al 5 Febbraio che il catalogo generale dei libri collocati nella gran ala, e diviso in molti volumi, era terminato fin da due anni, come ne fu da essi informato il Principe di Belmonte predecessore dell'attuale Maggiordomo, e si raccomandò nel tempo stesso perchè si voglia, loro accordare un compenso per le enormi straordinarie fatiche da essi sostenuto. Comtinuano col dire che il catalogo dei manoscritti e delle quattrocentine, già affidato al bibliotecario Gualtieri, venne poi sospeso dopo che costui fatto Vescovo di Aquila si parti da Napoli; ma ripresane la compilazione dagli altri bibliotecari, questa non potè proseguire con celerità per le difficoltà inerenti al lavoro.

Non di meno avendoci S. M. ordinato di formare il catalogo dei manoscritti greci a richiesta dei ch. Cristoforo Harles per inserirne la notizia nella edizione detta Biblioteca greca del Fabricio, si è da noi con tutta diligenza formato un giusto volume di tal catalogo, e presentalo a S. M. nel passato mese di giugno rimetterai al suddetto sig. Harles.

È questo 1’importantissimo lavoro del Baffi, del quale li o innanzi fatto cenno. In un rapporto dei 13 Febbraio dello stesso anno i bibliotecari Baffi e Belli riferiscono tra l'altro che real catalogo per materia dei libri della gran sala in numero di circa. 50,000 volumi apparisce 1’assoluta deficienza delle opere pubblicate in ogni ramo dello scibile di mezzo secolo indietro, per le quali, quando se ne volesse fare acquisto, si potrebbe per accertarsi della loro mancanza ricorrere a un indice alfabetico degli autori aggiunto al suddetto catalogo. Inoltre che essendosi la R. Biblioteca formata mediante l’unione di varie altre, cioè della Farnesiana, della Palatina, delle biblioteche de' religiosi espulsi, di quelle del Principe di Tarsia e della R. Accademia, una gran copia di libri risultarono duplicati e se ne impresse un primo catalogo fin da quattro anni, e ne fu fatta la vendita.

Ora se ne è stampato un secondo e inviatane copia al signor Maggiordomo. Nuovamente questi in data degli 8 Aprile scrive ai bibliotecari comunicando gli ordini del Re perché siano prontamente compiuti i cataloghi tutti e gl’indici si dei libri a stampa che dei manoscritti.

La risposta, fu inviata agli 11 di quel mese e vi si afferma che, non ostante il trovarsi ancora incompiuti gl'indici dei manoscritti e delle quattrocentine, la biblioteca sarebbe in grado di aprirsi al pubblico qualora del catalogo generale avesse la M. S. ordinata o la stampa o una copia manoscritta. Si riferisce infine sugl'impiegati aiutatanti quasi tutti disadatti al loro ufficio.

La stampa del catalogo fu ordinata e cominciò subito ad eseguirsi dal tipografo Donato Campo; ma non proseguiva con la voluta prontezza, benchè si fosse impiantata un'officina tipografica nella stessa biblioteca. I bibliotecari ne informarono il Maggiordomo, e toltosi al Campo il lavoro fu fatto continuare e ricominciare, non si sa bene, dalla Stamperia Reale.

La, stampa era arrivata alla lettera M 3) del catalogo: il Marchese del Vasto scriveva ancora al Baffi al 20 Maggio del 1798, lodandolo dell'opera sua e incoraggiandolo a proseguirla e menarla a termine, secondo che aveva promesso, per l’ottobre venturo, quando incalzando le vicende politiche dei tempi fu sospesa ogni cosa.

Il Baffi che aveva impiegato in quell’opera tante fatiche, che ardentemente bramava di vederla compiuta, come leggiamo nella citata relazione e che in una supplica al Re espone come essendo di continuo occupato nella stampa del catalogo generale nelle continue occorrenza di dubbi, difficoltà e verificazioni è obbligato di spesso consultare e riscontrare i libri medesimi delta R.Biblioteca; onde fa istanza perchè gli si conceda l’abitazione entro il recinto della biblioteca stessa. Il povero Baffi a quel catalogo non doveva apporre il finale si stampi.

Nel luglio del '99 se ne ripigliò in fretta e furia la stampa , che prosegui proprio durante i mesi del terrore, mentre colui che fu il principale collaboratore dell'opera giaceva in fondo a un carcere, e fu finita quando egli aveva già pagato con una morte atroce 1'amore a quel ideale di libertà e di giustizia, che gli animi eletti non cessano di vagheggiare, nonostante l'impossibilità del raggiungerlo.

Re Ferdinando, in mezzo alle stragi che gl’insanguinavano il trono, aveva ancora fisso il pensiero a quel malaugurato catalogo della R. Biblioteca, del quale non appena tirati gli si portarono a Palermo alquanti esemplari rivestiti di elegante rilegatura.

E ora torniamo al Baffi, che con la sua tempra, e nell’ambiente austero di studi e di amicizie in che era vissuto, non poteva non patteggiare per la Repubblica quando la vide costituita fra noi. Se a prima giunta sian colpiti da quel passaggio, che sembra brusco in lui, dall’ufficio suo pacifico di bibliotecario a quello di così contraria indole che egli tenne nell'agitato governo repubblicano, quando ben si rifletta cesserà lo stupore, II Baffi doveva portare in quel governo la sua parte, e non la meno scarsa, di quel complesso di belle ed ingenue idealità che gli uomini dotti sanno solo d'ordinario recare nella vita pratica. Il breve, e doloroso esperimento del '99 in Napoli ne e una prova. Tutta intera è nota oggi la storia di quei giorni ne' minimi suoi particolari, e non occorre riandarne il ricordo.

Nel Governo Provvisorio Baffi fu Presidente del Comitato dell’Amministrazione interna ed ebbe a Segretario Giuseppe Ciaja. È sottoscritta da entrambi in data del 26 piovoso anno 7° della Libertà un provvedimento col quale il Governo provvisorio considerando che un popolo, il quale passa in un trattolo dalla schiavitù alla libertà, non possa dirsi compitamente rinato ad uno stato così felice se istruzioni uniformi di dura morale e di vero patriottismo non formino ugualmente in tutti gli individui lo spirito e il costume pubblico, vero sostegno delle buone leggi; e venuto a disporre che questo Comitato dell’interno formi una commissione di sei ecclesiastici per costumi e per dottrina riputati, i quali dovranno dirigere le predicazioni ed intrusioni che debba fare il Clero secolare e regolare; dovranno formare nel più brave termine un Catechismo di morale all’intelligenza di tutto il popolo, presentarlo a questo Comitato per l’approvazione, e quindi farlo insegnare in tutti i luoghi invigilando sulla condotta degli eclesiastici per l'esatto adempimento di tali oggetti di pubblica istruzione e dell’intelligenza del Ordinario locale, il quale dovrà significare il voto della commissione e sospendere le persone poco abili all’esercizio di tali funzioni. Non è questo documento una conferma di quanto poc'anzi ho asserito e che altro caso ci dimostra se non le buone intenzioni di quei platonici governanti?

Baffi era uomo sinceramente e profondamente religioso. Le tendenze del suo spirito, il convincimento e la fede avita, non ebbero bisogno di ridestarsi in lui nell’ultimo e tragico periodo della, sua esistenza: una lunga preparazione interiore lo rese forte nella finale catastrofe e gli dettò le parole di cristiano conforto che rivolse alla moglie in due lunghe lettere conservate con gli altri suoi scritti nella nostra Biblioteca Nazionale.

Dopo il nefasto 13 Giugno egli andò ramingo fuori la città, e in data del 30 di quel mese scriveva:

"Teresa, mia cara sposa mia adorata, non potete immaginarvi quanto mi hanno questa volta consolato i vostri cari caratteri. Leggo e rileggo la vostra lettera dettata da' più pari sentimenti di cristiana pietà e lagrime di tenerezza mi scorrono dagli occhi.

Benedetto sia sempre il signore che vi fa pinzare, parlare ed agire conformemente alla sua divina volontà. Quanto mi consolano quelle parole: Pascale mio, abbandonatevi tutto a Dio fermo colla vostra fiducia, io colla mia e Gesù Cristo ci aiuterà: coraggio e fermezza. Si Teresa mia, cuore mio, io sto pienamente fidato alla Divina Misericordia, ed offro a Dio in olocausto il sacrificio di tutte le mie passioni; cosicchè non resti in me, se non il trionfo del suo divino amore.... .Divino Evangelio di Gesù Cristo che sublimi idee non svegli tu nell' animo de tuoi veri adoratori".

E seguita citando le parole dei capo 5° di 8, Matteo, dove s’inculca l’amore ai nemici, indi soggiunge: "Teresa mia cara, ogni volta che le afflizioni pare che vogliano abbattere il vostro spirito e la vostra viva fiducia in Dio , ricorrete all’unico consolatore delle nostre anime, al nostro divino Redentore Gesù Cristo. Rendetevi familiare la lettura, e la meditazione dell’Evangelio ed avrete da voi stessa la consolante esperienza della verità di quanto vi dico.

Esaminando e meditando parola per parola la formula divina di preghiera insegnataci da Gesù Cristo: padre nostro che sei nel Cieli etc. il nostro spirito si vedrà sollevare sopra tutte le vanità del mondo, e non respirare altro che l’amor di Dio e della prossimo che è il perno nel quale si aggirano tutte le divine Scritture".

Dopo altri pii suggerimenti di fiducia e di rassegnazione ed altre tenere espressioni di amore, conchiude riassumendoli: "Teresa mia cara, di nuovo teneramente ti abbraccio e ti bacio mille volte, e stiamo allegramente nel Signore fonte di inesausta di consolazione e di ogni bene".

Questa lettera, riceveva la desolata consorte di Baffi chi sa, fra quante ansie e quante cautele perchè non si scoprisse il secreto carteggio e il luogo ove si nascondeva il marito, un'altra lettera quasi contemporaneamente era scritta a un Giuseppe Mezzacapo in questi termini:

"Esaminatasi nella Suprema Giunta la relazione di Pietro Starace, colla quale dice che nella terra di Pianura nella casa di Giorgio Raglia stia il reo di Stato . Pascale Baffi, ed essendo precisa volontà del Re (D. G.) il di costui arresto parino essendo ben noto il vostro zelo per il Reale servizio è stato determinato comunicarsi a V. S. Ill. le facoltà per effettuir tale arresto".

Questo fu eseguito ai 28 Luglio non già nel luogo indicato che il Baffi insospettito dovette abbandonare; ma nelle campagne ivi presso, in casa del suo amico e reo di stato anche lui Angelo Masci, insieme col quale fu menato in Napoli alla Giunta di Stato e poi al carcero della Vicaria. Alla spia Storace per essere andato in giro circa venti giorni per appurare la sua residenza, come si legge ne relativi documenti, furono pagati dieci ducati, e ne rilasciò quietanza da lui sottoscritta ed autenticata da Notaio.

Delle altre spese fatte dal suddetto Mezzacapo per l’arresto del Baffi fu fatto un notamento, ed ammontano a ducati 42,90.

Oltre il compenso alla spia vi figura quello a ventiquattro uomini armati condotti dal Mezzacapo a Pianura, e ad altri sei messi a guardia delle case di Baffi e di Masci, che per otto giorni rimasero suggellato fino a che non furono riaperte, e sequestrato quanto vi si conteneva.

A cotali fatti nulla si ha ad aggiungere: basta metterli in vista in tutta la loro crudezza. Languì per tre mesi in carcere 1'eroico Baffi, prima che la feroce sentenza venisse a colpirlo. Ai 25 d'Agosto, scriveva alla moglie:

"Teresa mia non ti sconfinare, non dar luogo atta tentazione, che prima, con astuzia cerca dìidebolire lo spirito coll’ impazienza, colla malinconia colla tristezza, e poi l’assalta per fargli a poco a poco perdere la fiducia nel nostro buon Padre, No, no ti perder d' animo, statti forle, costante, e allegra ; ma sempre nel Signore da cui dipende ogni nostro bene.

Ne patimenti stessi, nelle angustie nelle afflizioni e nelle tribolazioni imploriamo il mo divino ajuto con perfetta rassegnazione alla, sua volontà e le vedremo alleggerirsi e scomparire e lasciare nelle anime nostre quella dolci impressioni che lascimi le.affettuose ammonizioni di un tenero padre. Queste sono visite che il signore ci fa per nostro bene; visite che fanno sentire dolore alla carne per sanare e salvare lo spirito. I chirurghi impiegano il ferro e il fuoco per guarire le malattie del corpo, ed il signore, medico delle nostre anime, si serve delle tribulazioni per raccogliere il nostro Spirito per purificarlo per farlo stare unito a lui, per mortificare la nostra superbia e renderci, degna di esser con lui nell’altra vita , che è la vera nostra patria,...

Teresa mia cuore mio , amiamo il Signore amiamo il prossimo nostro, i nostri amici ed i - nostri inimici... e così crescerà più il mostro amore i il Signore ci benedirà e ci consolerà, ..."

E conclude: "Ti abbraccio con tutto il cuore mille e mille volte , stringendoti caramente al petto con ninno e nenna".

Il fervore religioso, ond’era animato il nostro martire non è a credere che gli venisse meno durante gli altri due mesi che lo si lasciò in vita: o dovette certo bastare a sostenerne le forze abbattute, e infondergli tanta energia da rifiutarsi alla viltà del suicidio, che dopo la sentenza gli veniva, da un amico suggerito e con l’invio del veleno facilitato.

Agli 8 Novembre fu scritto al Generale de Gambs: Da questa Suprema giunta di Stato trovasi condannato a morir sulle forche Pasquale Baffi, e siccome la sentenza dee eseguirsi lunedì 11 corrente Novembre, così prego V. E. compiacersi disporre l’occorrente questa notte segua il passaggio di detto Baffi dalle carceri di Vicaria al Castello del Carmine. Nel tempo medesimo la prego dar gli ordini per la truppa che deve accompagnare il giustiziato al patibolo, nonché le solite pattuglie per la viltà; onde evitarsi qualunque disordine.

Il giorno seguente il Superiore della Compagnia dei Bianchi riceveva quest'altra lettera: "Lunedì venturo dev’eseguirsi la Sentenza di morte dalla Suprema Giunta di Stato proferita contro Pasquale Baffi, che già dalle carceri diVicaria è stato trasportato nel Castello del Carmine. Prevengo tutto ciò a S. V. Ill. e Rev, affinchè si compiaccia disporre che la Ven. Comp de RR., PP. Bianchi domani mattina alla solita ora si porti in detto Castello ad esortare a ben morirà detto Baffi, e dopo le solite ventiquattro ore di Cappella l’accompagnino al patibolo e indi alla Sepoltura".

Così fu tatto, e dopo l'andata dei padri consolatori al Castello nel giorno 10, agli 11 vi si recò la Compagnia verso le 17.12 in otto coppie precedute da un crocifero. Ne usci col paziente verso le ore 18.

Il terribile particolare narrato dai cronisti, e che ho ricordato in principio, nei libri della Compagnia è taciuto. Vi si legge soltanto: Mori rassegnato al divino volere il paziente e si seppellì nella vicina chiesa di San Lazzaro al Lavinaio.

Degli avanzi del martire si è perduta ogni traccia: sono già molti anni che la chiesa, dove furono deposti, non più esiste. (http://www.ilportaledelsud.org/pasquale_baffi.htm)


Inizio pagina


C O P Y R I G H T

You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the ©opyright rules included at my home page, citing the author's name and that the text is taken from the site www.oresteparise.it.

Il copyright degli articoli è libero. Chiunque può riprodurli secondo le @ondizioni elencate nella home page, citando il nome dell'autore e mettendo in evidenza che che il testo riprodotto è tratto da http://www.oresteparise.it/.