OP

Mezzoeuro

Caso Marasco: una risposta

di Oreste Parise

Mezzoeuro Anno XI num. 30 del 28/07/2012


Rende, 26/07/2012


Egregio direttore,

sono Rosalia Marasco, la dirigente della regione tanto nota al suo giornale. Non le nascondo che da qualche tempo avevo deciso di non leggere più gli articoli riportati sul suo giornale, questo per evitare a me stessa il dispiacere di leggere sul mio conto cose descritte con una chiave di lettura intrisa di profonda cattiveria gratuita e per salvaguardare il mio equilibrio psichico. E’ però per me inevitabile che durante le ore di lavoro qualcuno venga e commenti quello che è stato scritto, oppure ricevere telefonate indignate di amici che mi conoscono e allora i miei sforzi di tenermi fuori dalle maldicenze diventano vani.

Io ho sempre avuto la profonda convinzione che la libertà di stampa sia un presupposto irrinunciabile all’affermazione della democrazia, ma la libertà di stampa deve essere rispettosa dei diritti della gente, deve basarsi su notizie certe, non deve sfociare nella maldicenza, non può essere lo strumento per consentire a chiunque di rovinare l’immagine di chicchessia. Ritengo inoltre che così come per la legge italiana il criminale può essere considerato tale solo dopo i tre gradi di giudizio previsti dal codice di procedura penale, anche i giornalisti dovrebbero, al fine di salvaguardare la loro etica professionale, tener conto delle disposizioni di legge . Ovviamente, però, ognuno interpreta il suo ruolo come meglio crede e poco importa se questo modo di operare possa ledere la dignità e la sensibilità delle persone di cui si parla.

Sappia comunque che nella mia lunga carriera di dirigente, prima al Comune di Cosenza e dal 2005 alla regione Calabria, ho sempre fatto il mio dovere, in molti casi più del necessario, tanto da essere a volte irrisa dalle persone che mi stanno intorno. La mia carriera è stata il frutto di tanti sacrifici personali, non avendo protezioni di alcun genere e dovendo spesso allargare i gomiti per non esser schiacciata dai “gruppi di potere” di cui non ho mai fatto parte. Sappia anche che non ho mai rubato, non mi sono arricchita e non ho mai usato a fini personali il ruolo che mi sono conquistata spesso a costi molto alti in relazione agli impegno profuso. So anche bene che, lavorando tanto, ho commesso degli errori che ho sempre riconosciuto con umiltà e forse con troppa sincerità. Quello che sto vivendo in questo periodo mi sembra quasi surreale, a volte ho la sensazione che si stia parlando di un’altra persona quando però ritorno alla realtà mi rendo conto che si parla di me e parla di me qualcuno che non solo riesce a far trasparire da ciò che dice un grande odio nei miei confronti ma che, allo scopo, si diletta, pur non avendo grandi capacità culturali ed intellettive, a interpretare la normativa vigente in maniera assolutamente personalistica ed approssimativa. Il guaio è che non solo i giornalisti ma anche la gente che legge non può, in genere, essere in grado di capire se quella interpretazione è vera o è fasulla. Nella mia esperienza ho addirittura capito che è difficile spiegare certe cose anche ai magistrati inquirenti che sono portati, per forma mentis, a considerare tutto come reato e che spesso hanno come suggeritori persone che hanno le caratteristiche che ho descritto nel periodo precedente. Ora ella si chiederà perché sono qui a farle questa disquisizione, ebbene, forse scrivendo sto cercando di scaricare le mie tensioni o forse, poiché, alla fine, credo nel mio prossimo, spero che sia interessato alla verità, che mi chiederà spiegazioni o forse “le carte” per chiarire una serie di equivoci sui quali il suo giornale si sta divertendo a disquisire.

Voglio solo dirle qualche ultima cosa, è vero, così come riporta il suo giornale che ho presentato la domanda per la risoluzione anticipata del rapporto di lavoro, sono disponibile a chiarire se esistono i presupposti normativi perché io possa usufruirne, è anche vero però che non sono affatto felice di questa scelta che mi costringerà a stare a casa, senza pensione fino al 2019, ma alla quale sono stata obbligata per salvaguardare la mia persona da attacchi che non solo penso di non meritare ma dai quali, quando sarò fuori dalla pubblica amministrazione, sarò più libera di difendermi.

Caterina Marasco

Cosenza, 25 luglio 2012


Egregia dottoressa, la sua è una lettera gradita che viene pubblicata integralmente a dimostrazione del fatto che non vi è nulla di personale nella pubblicazione di articoli sulla dirigenza regionale. Da un punta di vista umano ha tutta la mia simpatia e il mio affetto. Sarebbe un fatto estremamente positivo se i problemi della Calabria fossero dei semplici problemi personali, risolvibili facilmente per via giudiziaria o disciplinare. Il male è molto più profondo, ha un carattere sistemico: una cancrena in metastasi che ha invaso in profondità l'intera società. In assenza di moralità ed equità nelle norme e nei comportamenti siamo tutti costretti a rifugiarci nella difesa del nostro "particulare" con tutti i mezzi a nostra disposizione.

Lei ha ragione di tentare tutte le strade a tutela dei suoi interessi. Le leggi ci sono per garantire ciascuno di noi a reclamare i nostri diritti e non mi scandalizza il fatto che vengano richiamati quando ce ne sono i presupposti. Vi è una profonda distinzione, ad esempio, tra elusione ed evasione, anche se molti tendono a confondere i due fenomeni. L'elusione è l'utilizzazione di tutte le opportunità offerte dalla legge fiscale per alleggerire il proprio carico fiscale e se ciò può portare a comportamenti ingiusti e non accettabili sotto il profilo etico, è la legge che va cambiata e non criminalizzato chi utilizza quegli espedienti. Credo che non sia più eludibile una riflessione su questa folle corse al regionalismo che mostra sempre più i suoi limiti e le inefficienze, un sistema che ha trasformato l'autonomia in arbitrio, il potere normativo in una vessazione nei confronti di tutti i cittadini che non sono chiamati a sedere al banchetto. La Sicilia è sull'orlo del fallimento, la Catalogna pure. E la Calabria credo che non goda di ottima salute.

Nel caso della dirigenza regionale è il sistema normativo creato che è uno scandalo, poiché ci troviamo di fronte a un sistema pletorico, inefficiente, costoso e costruito con un sistema di selezione familistico-clientelare che premia la fedeltà e la cieca obbedienza al politico di turno da cui dipendono favori e prebende. Questo è del tutto evidente basandosi sui risultati. Credo non vi siano dubbi che siamo di fronte a una burocrazia mostruosa, abituata a decidere sulla base delle pressioni e delle convenienze, per la creazione di una fitta rete di compiacenze e di favori politico-elettorali. Lei cerca nella legge la difesa dei suoi interessi, ma credo che la maggior parte dei calabresi cerca nell'abolizione di questo sistema che consente favori ingiusti e ingiustificati ai membri della casta, non solo politica che almeno ci mette la faccia, ma soprattutto burocratica. Fino a quando quella legge è in vigore, nessuna obiezione che possa essere invocata nel caso specifico.

Il Direr opera in questa fase da stimolo per il rispetto delle regole (almeno quelle!), che formano comunque un sistema assurdo, inaccettabile. Il sindacato opera all'interno del sistema per difendere i propri aderenti, com'è legittimo e questo lo rende poco "simpatico" a quanti considerano quel sistema comunque marcio. Ha un senso oggi pretendere che le assunzioni vengano fatte per concorso, come voluto dalla Costituzione? Considerato il modo come vengono svolti gli esami, il risultato cambia poco, proprio perché il sistema è marcio dalle fondamenta e molto spesso si poteva scrivere ben in anticipo l'elenco dei vincitori.

Lei che all'interno del sistema, che ne ha goduto privilegi e favori, potrebbe spiegare a dei poveri esseri mortali sbigottiti di fronte a una burocrazia mostruosa cosa dovrebbero fare i 126 dirigenti regionali, a cui aggiungere consulenti e comandati? È una domanda legittima, una curiosità che nasce dal fatto che il costo di quel sistema ricade su tutti noi.

Forse questa crisi ci dice che una stagione di scialo sta per finire per tutti, e ciascuno di noi è chiamato a dare il proprio contributo a migliorare questo sistema, alla costruzione di una società migliore, più giusta e più equa per i nostri figli e nipoti. È utopia e ingenuità, forse. Ma senza una speranza siamo destinati a un desolante futuro. (OP)


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