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Mezzoeuro

L'avventurosa vita di San Nilo da Rossano

di Oreste Parise

Mezzoeuro Anno XI num. 35 del 01/09/2012


Rende, 31/08/2012


Fu uno degli uomini più influenti del X secolo

“Due santi col nome di Nilo sono celebri nella storia ecclesiastica. Del primo, che visse nel quinto secolo in oriente, si parla ai 14 di novembre. Oggi riporteremo la vita dell'altro San Nilo, detto il giovane, non per l'età poiché morì assai vecchio, ma perché fiorì nel decimo secolo nella nostra Italia, facendosi il 26 settembre di esso commemorazione nel martirologio romano. Nacque san Nilo circa l'anno 910 in Rossano città della Calabria nel regno di Napoli, la qual provincia in quei tempi era soggetta agl'imperatori greci di Costantinopoli. Egli fu allevato nella pietà e nelle lettere con molta diligenza, e si applicò in modo particolare alla lezione delle divine scritture e delle opere de' santi padri”. Questo è l'incipit della vita del santo tratto da “Il perfetto leggendario ovvero le vite dei santi per ogni giorno dell'anno” di Romualdo Gentilucci edito a Roma nel 1841.

San NiloSan Nilo era un perfetto rappresentante della sua epoca, e aveva rapporti con i più potenti della terra della sua epoca. Nato in Calabria, era però di origine greca, poiché da secoli la regione faceva parte dell'impero bizantino ed era diventata un “melting pot” tra greci e latini, tanto che poteva considerarsi bilingue.

La Calabria era una terra di confine dove si scontravano le tre più grandi potenze dell'epoca: il bizantino, il Sacro Romano Impero Germanico, e gli arabi che dal IX secolo avevano fondato l'emirato di Sicilia, con capitale Palermo, da dove organizzavano scorribande nei territori bizantini della Calabria e si intromettevano nella vita politica dei piccoli stati del meridione. Nel corso del IX secolo la Sicilia divenne provincia musulmana, mettendo in serio pericolo i territori bizantini nell'Italia meridionale. A metà del secolo i saraceni conquistarono Bari e Taranto, minacciando costantemente di tema di Calabria. La situazione divenne ancora più precaria quando Tropea, Amantea e Santa Severina caddero sotto il dominio dei saraceni.

Dal 867 al 1056 a Bisanzio dominò la dinastia macedone, iniziata con l'ascesa al trono di un contadino che assunse il titolo di Basilio I (867-886), il quale difese l'Impero dagli Arabi e ordinò una spedizione in Italia, sotto la guida di Niceforo Foca, che si concluse nell'886 con la conquista della Calabria e della Puglia, ma la Sicilia rimase sotto il dominio arabo.

Il suo successore Basilio II è considerato uno dei più grandi imperatori bizantini sotto il quale, il regno raggiunse la sua massima espansione dopo Giustiniano. Egli riuscì a consolidare il potere imperiale, in particolare la Puglia e la Calabria procedendo alla riorganizzazione del territorio con la creazione dei “themata”, circoscrizione territoriale che unificava il potere civile e quello militare. Lo strategos, o catapano era il governatore della provincia che, in tempo di pace, aveva il compito di raccogliere le tasse per poi versarle in congrua quantità all'imperatore. In caso di conflitto egli diventava generale dell'esercito. I soldati (detti stratioti) non venivano più pagati in denaro, come accadeva in precedenza, ma in terre da coltivare, per legarli al territorio e coinvolgerli nella sua difesa poiché i loro possedimenti erano proprio in quella provincia.

I themata italiani erano la Langobardia, con capitale Bari, corrispondente all'incirca alla Puglia; il tema di Lucania, creato nel 968 aveva come capoluogo Tursikon. La Sikelia con capitale Siracusa, nel corso del IX secolo era stata conquistata dagli Arabi, e sostituito dal thema di Calabria, con capitale Reggio, che diventò la "metropoli dei possessi bizantini dell'Italia meridionale". Nel 975 dall'unione di questi fu costituito il Catepanato d'Italia, con sede a Bari, con a capo un catepano il quale sovraintendeva agli strategoi di Calabria e di Lucania.

Gustave Schlumberger, basandosi su una accurata analisi di documenti dell'epoca afferma che “questi documenti ci fanno capire quanto dura e tirannica era l'amministrazione imperiale in queste province purtuttavia appassionatamente legate alla madre patria. Il basileus, rappresentato dagli impietosi stratigoi, era un sovrano senza limiti nel suo dominium. I “reipublicae hactionarii” erano di una cupidigia, d'una durezza intollerabile”. In Calabria le ribellioni contro gli stratigoi che opprimevano la popolazione con le imposte erano molto frequenti, soprattutto da parte della parte latina della popolazione era piena di animosità e di rancore contro questi odiati funzionari che non facevano alcuno sforzo per non alimentare questo sentimento di ostilità.

Il terzo protagonista è l'imperatore del Sacro Romano Impero Germanico, nato come continuatore dell'impero carolingio. La sua nascita la si fa risalire all'incoronazione di Ottone I Sassonia da parte del papa Giovanni XII nel 962, che come re tedesco ereditò gran parte dell'impero e con l'investitura ecclesiastica si considerava il legittimo successore degli stati italiani. Fu soprattutto Ottone II a concepire il grande progetto di ricostituzione dell'impero romano. Una idea che l'ossessionò tutta la vita portandolo a scontrarsi con saraceni e bizantini per scacciarli dall'Italia. Ottone II aveva sposato Teofano, una principessa bizantina “porfirogenita” (vale a dire concepita nel talamo imperiale), e riteneva di aver diritto al riconoscimento del titolo di imperatore da parte di Bisanzio e la cessione spontanea dell'Italia Meridionale al Sacro Romano impero, poiché essa apparteneva di diritto all'Impero Romano d'Occidente.

L'Italia meridionale era il palcoscenico dove si confrontavano le tre potenze e la Calabria era una terra di confine e di scontro. La vita nella regione era molto precaria e ogni tentativo di difesa si rivelava quasi inutile.

Niceforo Foca aveva ripreso il controllo della Calabria, e per consolidare il potere imperiale insediò vescovi ortodossi nelle diocesi di Cosenza e Bisignano, e ne fu creata una nuova a Cassano. Questi però non riuscì a evitare le incursioni dei saraceni. L'emiro siciliano Abû el'-Abbâs, chiamato Ibrahim II sferrò una campagna per la conquista della Calabria nel 902 ponendo sotto assedio Cosenza. La sua morte fece fallire la campagna e l'esercito araba si ritirò nell'isola, ma le incursioni continuarono incessantemente per tutto il secolo.

I tre contendenti utilizzavano la regione come un ideale campo di battaglia e San Nilo divenne un personaggio di rilievo conosciuto nelle corti delle tre potenze che se ne contendevano l'approvazione.

Rossano, luogo natale di Nilo, in quel momento la più importante città calabra, era l'unica che era riuscita ad evitare le incursioni arabe. Aveva una lunga tradizione di studi religiosi ma anche profani. “Si mantenevano strettissime relazioni con Costantinopoli e Salonicco. I conventi basiliani corrispondevano con l'Athos, con il famoso grande monastero di Stoudion, vivaio di monaci eruditi e di spirito distinto, con tutte le altre grandi comunità monastiche dell'Impero d'Oriente. I loro religiosi andavano frequentemente in pellegrinaggio ai luoghi santi. Inoltre, malgrado l'ostilità quasi costante per esigenze politiche, i greci di Calabria e di Langobardia si trovavano anche in continuo commercio di scambio e di beni prodotti con l'Italia Longobarda e con Roma”. Così lo Schlumberger.

San Nilo viene ricordato per il severo ascetismo e la morigeratezza dei suoi costumi. Dedicava tutta la sua giornata alla preghiera, alla lettura di libri edificanti e alla copiatura di manoscritti.

“Ma pure nella sua gioventù si lasciò adescare da' piaceri del secolo, e invaghitosi d'una donzella molto venusta, benché di bassa condizione, se la congiunse in matrimonio, o com'altri vogliono, tenne con essa per qualche tempo illecito commercio. Avendolo il signore visibilmente visitato con una grave infermità, il timore della morte e del giudizio, che gli sovrastava per tutta l'eternità, lo fece risolvere di voltare le spalle al mondo, e di abbracciare la vita monastica, per operarvi con maggiore sicurezza la salute dell'anima sua. Per questo effetto nell'anno trentesimo di sua età vestì l'abito religioso in un monastero del suo paese, dove fioriva la regolare osservanza secondo la regola di s. Basilio Magno, che da' greci viene comunemente riguardato come padre e istitutore de' monaci dell'oriente, nella guisa che è san Benedetto di quelli dell'occidente. Con tal fervore di spirito intraprese Nilo la carriera della penitenza, che in breve tempo fece maravigliosi progressi in tutte le virtù, e divenne un perfetto monaco”.

La situazione nei conventi, tanto in oriente nella chiesa greca che in occidente, era molto degenerata e fonte di continui scandali, che investivano pesantemente lo stesso Vaticano e la corte papale. San Nilo apparteneva alla schiera di coloro che formulavano pesanti critiche per il decadimento dei costumi negli ordini ecclesiastici e questo lo convinse a a ritirarsi in un eremo per sfuggire alle tentazioni del mondo.

“Ma siccome la Calabria era in quei tempi soggetta a frequenti incursioni de' saraceni, per cui anche i monaci, che dimoravano nel vicino monastero, furono obbligati di abbandonarlo, e di ricovrarsi nella città di Rossano, o ne' suoi sobborghi; così egli pure dovette lasciare la sua spelonca, e ritirarsi in un monte alpestre contiguo alla medesima città, dov'era una chiesa dedicata in onore di Sant'Adriano, e quivi seguitò a vivere solitario: senonché gli convenne accettare alcuni, i quali tirati dall'odore delle sue virtù, vollero vivere sotto la sua disciplina, ed essere suoi discepoli, e questi in poco tempo giunsero al numero di dodici. Egli però non volle esser chiamato abate, né ricevere ricevere da essi altro titolo, che mostrasse superiorità o magistero, poiché temeva, che dopo avere scampati i lacci della superbia mondana, non rimanesse vinto da un'altra sorta di superbia tanto più pericolosa, quanto che alle volte si cuopre collo specioso manto di spiritualità, e in cambio d'avere in mira la gloria di Dio e la salute del prossimo, si compiace dell'onore e della stima degli uomini”. Per essi compose un regolamento monastico votato alla vita eremitica e improntato alla spiritualità basiliana.

Nel 965 la popolazione di Rossano insorge contro lo stratega Niceforo Hexakionites che voleva arruolare i giovani rossanesi sulle navi bizantine dette chelandie. Quando la rivolta fu domata per l'intervento dell'esercito, Niceforo voleva colpire la città con una punizione esemplare ordinandone la distruzione. Il prestigio e l'autorità morale di San Nilo convinse lo stratega a desistere dal suo proposito in cambio del pagamento di un tributo di cinquecento nomismata.

Sant'AdrianoLa sua fama era giunta fino a Costantinopoli, tanto che gli alti funzionari imperiali venivano a trovarlo e chiedere i suoi consigli. Negli “Annali ecclesiasitici del Cardinale Baronio” viene riportato il seguente episodio.

“E qui non è da lasciare in silenzio, come gl'imperatori Basilio e Costantino mandarono al governo di Calabria, Leone conte domestico, e Niccolò protospatario, de' quali si fa mentione nella leggenda di S. Nilo, per la cui familiarità amendue corressero i loro costumi.

Se ne venne a lui Niccolò Protospatario, e Leone domestico, bramosi della sua dottrina. E poichè hebbero ragionato buona pezza insieme, Nilo aggiunse gli ammonimenti suoi, e ritirossi nella sua cella a ripigliare la contemplatione. E quelli si gittarono in certo luogo sopra l'herba, e trovatovi un picciolo capuccio di frate, lo si andavano mettendo intesta, ridendo insieme e giucando. Il che come vide Nilo dalla finestra, così gli sgridò e ripresegli gravemente dicendo: “Tempo verrà, che voi cercherete di mettervi davvero il capuccio, di che hora vi pigliate giuoco, e non ne sarete degni”. Queste profetiche parole egli proferiva, quando Leone fu preso e oppresso da grande freddo e dolor di testa, e tornato senza indugio a casa si mise a letto, e in quella comandò che fosse chiamato alcuno de' sacerdoti religiosi; il quale essendo venuto, e accostatosi al letto per vedere che cosa volesse, il vi trovò morto: onde tutti ammirarono la preditione di S. Nilo.

In luogo di Leone fu mandato, come soggiugne lo scrittore della leggenda, dagli imperatori di Costantinopoli ad amministrare quella provincia Enprasio, in cui andando tutti i superiori de' monasteri, che in essa erano, con presenti, e con più adulatini, pregandolo che volesse tenere la protettione loro, S. Nilo, inteso alla sua quiete, e all'oratione non si mosse. Parve al superbo prefetto di essere dispregiato, e pensava di far del male a chi non rimaneva di porgere per lui a Dio sue divote preghiere; quando gli venne una incurabile cancrena n certa parte del corpo, pena proportionata alla sua dissoluta vita. Pe'l qual travaglio egli tornando a se stesso, e condennando la troppa sua temerità usata contra il santo huomo, cambiò l'odio in amore e divotione verso S. Nilo, e andava seco rivolgendo, come havesse potuto fare a vederlo, e a ricever la sua benedittione e perdonanza. Ma l'huomo di Dio, procacciando la salute di lui, non volle nè ammetter la sua visita nel monastero, nè andarlo a visitare a casa, e così scorsero tre anni. Nel quale intervallo il male consumò a passo a passo l'accennate parti occulte, onde il meschino era in continuo tormento, cagionatogli dal penoso male, aggravatogli per un fetore intollerabile. All'hora appressoglisi il medico spirituale coll'orationi e colla presenza e con lettere cortesi. In vedendo adunque Euprasio il B. Nilo, gli si getta a' piedi e baciandogli sparge tanta abbondanza di lagrime, che si mettono a piagner dirottamente il santo stesso, e tutti quelli che si trovavano presenti. Quanto il divoto penitente con molte lagrime lo pregò che gli volesse tagliare i capelli, e del'habito monastico vestirlo, sì come all'ultimo il servo di Dio vinto dalla molte e iterate sue preghiere, fece in presenza di due vescovi, e di molti superiori di monasteri, e d'altri sacerdoti.

Datosi fine alla religiosa attione, Eufrasio invitò tutti a desinare, e accintosi a guisa di servidore si pose a servirli, che di molti giorni avanti non s'era potuto né anche di letto levare. Essendogli poscia stato comandato, che sedesse allato a S. Nilo, egli chiese ingratia di poter tornare a servire a tavola; e ciò facendo esso, tutti stupivano del suo vigore, e della sua prontezza, e ne glorificavano Iddio. e dopo queste cose havendo egli dato tutti i suoi beni a' poveri, e alle chiese, e legato anche alcuna cosa a tutti i bisognosi, e domestici, e data libertà agli schiavi, passò il terzo dì al Signore con grande contrittione, e con molti rendimenti di gratie, e con gran fede, e con sicura speranza. Così l'autore della leggenda di S. Nilo. Questo fu il fine d'Euprasio, il quale per l'orationi dell'huomo di Dio divenne di Saulo Paolo, di spirante minaccie e uccisioni, lagrimoso e orante, e di nimico, ch'egli per addietro s'era fatto a San Nilo, disideroso d'haverlo come protettore, per la salute dell'anima sua, e condottiere a Dio; il che felicemente ottenne”. (continua)

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PARTE SECONDA

(Mezzoeuro N. 36 dell'8/09/2012)

A San Demetrio Corone egli istituì un monastero basiliano sulle rovine di una piccola chiesa intitolata ai santi Adriano e Natalia, dove si fermò per venticinque anni, impegnandosi a mantenere stretti contatti con la Chiesa orientale e quella occidentale, nell'intento di giungere alla riunificazione. Nonostante i suoi sforzi però, la distanza tra le due chiese rimase molto marcata tanto che nel 1054, mezzo secolo dopo la sua morte, si verificò la definitiva separazione tra ortodossi e cattolici destinata a durare più di un millennio.

Antipapa Giovanni FilagatoA partire dal 970 la situazione della Calabria divenne molto precaria per i continui attacchi da parte dei saraceni poiché il loro intento era quello di impadronirsi dei domini bizantini e procedere alla islamizzazione del territorio. Essi giunsero perfino a distruggere il misero rifugio di San Nilo. Tuttavia essi contribuivano anche alla rinascita del commercio e alla diffusione della cultura, considerato che Palermo, sede dell'emirato siciliano, era diventato un importante centro culturale in cui fiorivano gli studi e il culto delle lettere e delle arti, rinomato in tutto il mondo.

I bizantini cercavano di reagire alle frequenti incursioni saracene mantenendo la regione in un perenne stato di guerra, e davano il pretesto all'imperatore germanico di intervenire in difesa della popolazione cristiana e rendere sicure la frontiera. Questa condizione di estrema precarietà convinse Nilo ad abbandonare la regione con lo scopo di avvicinarsi a Roma, un luogo ritenuto più sicuro per continuare la sua vita meditativa.

Arabi e Bizantini erano le civiltà più evolute dell'epoca e il loro incontro-scontro aveva prodotto la nascita delle grandi scuole coraniche e dei monasteri, divenuti gli ultimi baluardi della cultura classica. Nei cenobi basiliani non solo si copiavano le opere degli antichi scrittori, ma si formavano le migliori intelligenze che qualche secolo dopo avrebbero provocato la riscoperta del mondo antico in tutta Europa.

San Nilo aveva avuto modo di incontrarsi in molte occasioni con i saraceni. In una delle sue peregrinazioni da un monastero all'altro gli era già capitato di incontrarsi con i pirati saraceni, che si dimostrarono tutt'altro che barbari, facendogli riflettere sul luogo comune che gli arabi fossero solo di feroci assassini. Essi tentarono di dissuaderlo a farsi monaco e convertirsi alla vera religione di Allah. Non essendo riusciti a convincerlo, lo lasciarono andare. Dopo qualche tempo lo raggiunsero nuovamente. Tutta la piccola comitiva era terrorizzata, ma essi volevano soltanto offrire del pane poiché si erano accorti che non avevano alcuna provvista.

“Intanto raggiuntolo il saraceno e vedendolo così spaventato e tutto pallido in volto che sembrava un cadavere, lo cominciò a sgridare e rimproverargli cotesta sua codardia, e soggiunse: Vedi, a noi rincresce di non aver bulla di meglio da offerire alla tua onorata persona, e tu all'incontro pensi così male di noi! Prendi questo piccolo soccorso che Dio ti manda, e prosiegui in pace il tuo cammino", come racconta San Bartolomeo.

“Alcun tempo dopo, avendo i saraceni fatta una scorreria nel vicinato di Rossano, presero tre monaci di S. Nilo e li condussero in Sicilia. Egli si diede subito attorno per riscattarli e ragunò cento monete d'oro che mandò su d'un mulo ai Saraceni col mezzo di un fidato suo fratello. L'Emiro parlò con venerazione della virtù del Santo, si fece condur dinanzi i monaci prigioni, li ricolmò d'onori, e tenendo solamente il mulo, li rimandò liberi col denaro del loro riscatto e con molti doni. Vi aggiunse una lettera diretta a Nilo, la quale così leggeva: È tua colpa, se i tuoi monaci sono stati maltrattati. E perché non ti sei fatto conoscere da me? Io ti avrei mandato una salvaguardia, per la quale il tuo monastero avrebbe goduto intera sicurezza. Che se tu volessi venir da me, io ti darei facoltà di fermar tua dimora in quel luogo che più ti piacerebbe, e tratterei teco con ogni sorta di favori e rispetti", così si legge nella Storia Universale della Chiesa del Barone Henrion. “

Erano già quarant'anni, che san Nilo menava un tal genere di vita solitaria e penitente, quando prevedendo con ispirito profetico, che la Calabria doveva essere soggiogata e saccheggiata da' saraceni, come di fatto avvenne, egli, così ispirato dal Signore, risolvé di abbandonarla insieme co' suoi monaci, il che seguì nell'anno 980. Fu da alcuni signori greci invitato di portarsi a Costantinopoli, dove essendo cognito il suo nome sarebbe stato ben accolto dall'imperatore; ma egli appunto per questo non volle andare in quelle parti, ed elesse piuttosto di venire verso la provincia di Capua, dove credeva di vivere sconosciuto. Lo splendore però della sua santità e de' suoi miracoli lo renderono ben presto manifesto anche in queste parti, onde Pandolfo, ch'era allora principe di Capua, lo riguardò come un dono a lui inviato dal cielo, e come un apostolo; e già aveva disegnato di farlo eleggere vescovo di quella città, la cui sede era allora vacante, se la morte sopraggiuntagli non avesse frastornato questo suo disegno.

Ottone III e Papa Gregorio VEssendo il santo insieme co' suoi monaci andato a visitare il celebre monastero di Monte Cassino, il beato Aligerno, che n'era di quel tempo l'abate, l'accolse con gran rispetto e venerazione, e la dimora che Nilo fece per alcuni giorni in quel monastero, fu assai vantaggiosa a tutti i monaci di esso, poiché egli guarì le infermità loro corporali e spirituali, le prime colla virtù delle sue orazioni, e le seconde coll'efficacia delle sue parole e de' suoi santi esempi. L'abate Aligerno pertanto assegnò al santo per abitazione sua e de' suoi compagni un piccolo monastero dipendente da Monte Cassino, situato in un luogo, detto Vallelucio, o Valdilucio, nel quale Nilo avendo fissata la sua dimora, molti vollero essere ammessi tra i suoi discepoli; onde in breve tempo quel monastero divenne numeroso, e fu provveduto ancora abbondantemente delle cose necessarie al vitto umano, non senza dispiacere del santo, perché s'accorgeva, che da ciò derivava il rilassamento, che a poco a poco s'andava introducendo nella disciplina monastica.

Quindi è, che dopo aver dimorato quindici anni in questo monastero di Valle-lucio, vedendo, che i suoi monaci si erano fatti negligenti negli esercizi spirituali (sono parole dell'autore della sua vita), poco curanti dell'osservanza regolare, amanti della vita libera, ambiziosi e in gara per gli uffizi del monastero, e in somma, che in una gran parte di loro era venuta meno la vera osservanza e la buona disciplina religiosa, al qual disordine molto contribuiva la vita rilassata che conducevano i monaci del vicino monastero di Monte Cassino, poiché essendo morto l'abate Aligerno sopraddetto, era succeduto nel governo del monastero un certo Manso, uomo di niuno zelo, e amico della vita comoda e agita; ciò, dico, vedendo san Nilo, deliberò di partirsi da quel luogo, e ritirarsi in qualche sito solitario e deserto, dove con istento e fatica si trovassero le cose necessarie, acciocché la penuria del vitto fosse come un freno, che tenesse dentro i limiti dell'osservanza religiosa coloro, che volessero seguitarlo. Divulgatosi questo disegno dell'uomo di Dio, vi furono molti che gli offerirono i loro beni per fabbricare un altro monastero, e si esibirono di provvederlo di ciò, ch'era necessario al mantenimento suo e de' suoi discepoli. Ma egli rifiutò tali offerte, perché non era quello che andava cercando, cioè la solitudine, la quiete, e il ritiramento dalla frequenza degli uomini, dicendo esser tali cose molto utili, profittevoli ai monaci, acciocché attendessero all'orazione, alla meditazione delle cose divine, e agli altri esercizi monastici, e si allontanassero da' pensieri e discorsi oziosi, dall'andare vagando di qua e di là. e dal pericolo di cadere in altri errori e disordini. Fin qui l'autore della vita del santo.

Si partì adunque con alcuni de' suoi monaci, e quali gli tennero compagnia, dal monastero di Valle-lucio, nel quale rimasero quelli, che amavano la vita comoda, e si portò in un luogo deserto, chiamato, Serperi, posto nel territorio di Gaeta, e quivi in povere capanne fissò la sua abitazione. Quivi insieme co' suoi compagni menava una vita più angelica che umana. Quivi continua era la fatica, frequenti i cantici di lode a Dio, non interrotta l'astinenza e perfetta l'osservanza delle regole monastiche. Quivi fiorivano le virtù religiose, la carità, l'umiltà, il raccoglimento, il disprezzo delle cose terrene, e il desiderio delle cose celesti, precedendo a tutti col suo esempio, e animando tutti colle sue infocate parole il vigilantissimo loro pastore e padre san Nilo, il quale benché invecchiato negli anni, e indebolito dalle sue rigorose penitenze, e afflitto da varie infermità, sempre più si rinvigoriva nello spirito, e a guisa di chi sta vicino a conseguire il palio, faceva nuovi e straordinari sforzi per giungere alla meta dell'eterna mercede, a cui con incessanti desiderii aspirava.

Dieci anni visse san Nilo in questa solitudine di Serperi, dove benché si lusingasse di rimanere sconosciuto agli uomini, non poté schivare le visite di molti personaggi illustri, e tra gli altri dell'imperatore Ottone III, poiché ritornando questo principe dal Monte Gargano, dove era stato a fare un pellegrinaggio di divozione verso Roma, volle portarsi a trovare il servo di Dio, e ricevere la sua benedizione. Nello scoprire che fece l'imperatore dall'altezza di un monte i poveri tugurii ne' quali dimorava sa Nilo coi suoi compagni: "Ecco, disse, le tende d'Israele nel deserto: ecco dove abitano i cittadini del regno de' cieli, che vivono su questa terra da pellegrini e da passeggeri". San Nilo andò co' suoi monaci incontro all'imperatore, il quale con gusto particolare del suo spirito si trattenne in divoti colloqui con questo venerabile vecchio, e vedendo l'incomodità del luogo ove dimorava, e la grande sua povertà, lo pregò istantaneamente a domandargli qualunque monastero che più gli piacesse, o pure ad accettare delle possessioni e delle rendite che gli offeriva per la sussistenza sua e de' suoi monaci; ma il santo modestamente le ricusò, dicendo, che ai suoi monaci nulla sarebbe mancato del necessario, finché fossero vissuti da veri monaci; e insistendo pure l'imperatore prima di partire, che gli domandasse qualche grazia, il sant'uomo stesa riverentemente la mano al petto dell'imperatore: "altra grazia, egli rispose, io non vedo, o imperatore, senonché abbiate premura della salute dell'anima vostra. Ricordatevi che, quantunque imperatore, voi siete un uomo mortale, e che presto dovrete rendere conto al divin tribunale di tutte le azioni della vostra vita". Queste parole cavarono le lagrime dagli occhi dell'imperatore, il quale, ricevuta la benedizione dal santo vecchio, si licenziò da lui tutto edificato e compunto.

Castel Sant'AngeloIl perchè l'imperatore aveva deciso di far visita al venerabile vecchio lo racconta il Barone Henrion.

Gregorio V, chiamato Brunone, figlio di Ottone duca della Francia Renana, e di Liutgarda, figluola di Ottone il Grande, in soli ventiquattro anni era succeduto a Giovanni XVI il dì 3 di maggio del 996, favoreggiato dal credito di Ottone III, suo parente prossimo, che era allora a Ravenna, e incoronò imperatore il dì 31 di quel mese. Gli è questo il secondo alemanno, che salisse alla santa Sede. Ottone aveva risoluto di bandire Crescenzio, patrizio, senatore e tiranno di Roma, il quale aveva maltrattati i pari antecedenti; ma Gregorio intercedette per lui. Nondimeno, come prima fu l'imperatore uscito dall'Italia, Crescenzio fece scacciare il suo benefattore per porre in sua vece (997) un greco o calabrese di bassi natali, di nome Filagato, avventuriero astuto ed entrante, che pe' suoi brogli era salito all'episcopato di Piacenza col titolo di arcivescovo, sottraendo abusivamente questa chiesa a quella di Ravenna, il che però venne corretto da poi”.

Giovanni Filagato, benché tanto disprezzato come antipapa negli anni 997/8, era un personaggio di grande rilievo per esperienza e cultura. Nato a Rossano, ma di origine greca, era stato vescovo e cappellano di Teofano, moglie dell'imperatore Ottone II e fu anche cancelliere imperiale alla corte di Ottone II, tutore dell'imperatore Ottone III, e abate del monastero di Nonantola in provincia di Modena.

“In un gran concilio tenuto a Pavia l'anno 997, prosegue il Barone Henrion, Gregorio V scomunicò l'antipapa, che aveva preso il nome di Giovanni XVII; e tutti i vescovi così della Francia, come dell'Italia e della Germania pronunziarono il medesimo anatema. Ma contra l'usurpatore e l'empio suo favoreggiatore bisognavano armi più potenti, che non erano queste folgori invisibili. L'imperatore accorse nella Germania con forze molto più adatte a poterli soggiogare. Crescenzio si rinchiuse nel castello di sant'Angelo, e Filagato non si stimando sicuro in alcun luogo di Roma se ne fuggì di nascoso. Egli fu preso da alcune genti dell'imperatore, le quali diffidando della clemenza del loro signore, spiccarrono al falso papa il naso e la lingua, gli strapparono fuor gli occhi e lo chiusero in stretta prigione”

Saputa appena una tale sacrilega usurpazione, egli scrisse all'antipapa esortandolo ad abbandonare la gloria pericolosa di questo mondo e a cercare il riposo innocente della vita solitaria. E allorché seppe da poi che Filagato era stato preso e trattato come abbiam testé detto, allora dolorato e costernato stimò di dovere interporre il suo credito, e si mise in via per Roma, sebbene corresse il tempo santo della Quaresima, e a malgrado dell'estremo della sua vecchiezza e di una acuta malattia, ond'era allora tormentato. Saputo che egli arrivava, l'imperatore Ottone e Papa Gregorio gli andarono incontro. Ambedue lo presero per l'una delle mani e gliela baciarono, lo condussero al palazzo pontificale, e lo fecero orrevolmente sedere in mezzo a loro. Gemendo di tanto onore che il solo pensiero della sua carità gli faceva tollerare, il sant'uomo, confuso e dolente, disse loro: "Risparmiatemi in nome di Dio; io sono il più misero di tutti i peccatori, sono un vecchio morto e mezzo inutile; io non son qua venuto ad essere onorato, ma sì per soccorso allo sciagurato che vi ha levati ambedue al sacro fonte, a cui avete fatto cavar gli occhi. Io vi supplico a darlo a me, affinché venga a seppellirsi nell'oscurità della nostra solitudine, a poter così piangere di conserva i nostri peccati".

Intenerito fino al piangerne, l'imperatore consentì a ciò che Nilo dimandava; ma il papa, irritato certamente di essere stato così male rimeritato nella sua clemenza con Crescenzio, fece da capo condurre Filagato per tutta la città, con lacere le vesti e cavalcando un asino a rovescio. Allora Nilo si abbandonò all'eccesso del suo dolore, il suo zelo si rinfiammò e disse: "Dappoichè essi non hanno pietà di colui che Dio diede nelle loro mani, il Padre celeste non sentirà pietà de' loro peccati". e se ne partì bruscamente insiem coi fratelli che lo accompagnavano, viaggiò tutta la notte, e il giorno appresso giunse al suo monastero.

Avendo intanto l'imperatore celebrato a Roma la festa di Pasqua, che in quell'anno 997 cadeva il 17 aprile, studiò a sforzare il patrizio Crescenzio nel castello di S. Angelo, in cui questo ribelle si teneva sempre racchiuso. In tale impresa egli impiegò un alemanno chiamato Thamme, lodato da molta valenzia e domestico moltissimo di lui. Ma siccome la fortezza era tenuta per inespugnabile, supplendo l'arte coll'artificio e il tradimento, Thamme promise con giuramento sicurezza a Crescenzio col consenso dell'imperatore. Nondimeno quando il patrizio si fu arreso, Ottone gli fece spiccare il capo il 29 aprile, pena che si meritava certo lo sturbatore della Chiesa, ma che gli venne inflitta contra la fede giurata".

Era San Nilo giunto all'età decrepita di sopra 90 anni, e aspettava ogni momento il suo passaggio da quest'esilio alla patria celeste, quando seppe, che il principe di Gaeta aveva risoluto, morto ch'ei fosse, di trasferire il suo corpo con grande onore nella sua città, poiché sperava di ottenere per mezzo di quelle reliquie una speciale protezione del cielo alla medesima città. San Nilo pertanto, che aveva un sommo disprezzo di sé stesso, e aborriva ogni sorta di onorificenza agli occhi del mondo, e in vita e dopo morte, si partì da quel luogo con alcuni de' suoi monaci, e preso il cammino verso Roma, si fermò in un piccolo monastero, detto Sant'Agata, posto nel territorio di Tusculo, chiamato dipoi Frascati, dove dimoravano alcuni monaci greci. - Il conte Gregorio, padrone di Tusculo, ciò risaputo, andò a trovare il santo, e gettatosi a' suoi piedi, lo pregò istantemente ad accettare quel sito, che più gli fosse a grado, per sé e pei suoi compagni. Accettò il santo questa offerta, e stabilì la sua dimora in un luogo solitario, detto Grotta Ferrata, dove vennero eziandio ad unirsi colo loro beato maestro e padre tutti i monaci, ch'erano rimasti a Serperi, e quivi dopo la sua morte fu poi edificato il celebre monastero di Grotta Ferrata, nel quale fino a' giorni nostri si osserva da' monaci che vi dimorano la regola di san Basilio, e si celebrano i divini uffizi in lingua greca, in memoria e venerazione di san Nilo loro istitutore. Finalmente il santo consumato dagli anni della sua decrepita età, ch'era di 95 anni, e dalla sue penitenze, nelle quali aveva perseverato per lo spazio di 65 ani dopo la sua conversione, rendé placidamente lo spirito al suo Creatore ai 26 settembre dell'anno 1005, avendo prima di morire ordinato a' suoi monaci, che subito, che fosse spirato, seppellissero il suo corpo senz'alcuna pompa funebre, e senza che apparisse segno alcuno che indicasse il luogo ove giaceva sepolto.

I lavori dell'abbazia vennero terminati qualche anno dopo la morte di San Nilo, sotto San Bartolomeo. Essa divenne un punto di riferimento per la cultura greca in Italia e la conservazione del rito bizantino nella Chiesa cattolica romana. Nel corso del millennio della sua esistenza ha annoverato una forte presenza di monaci di origine albanese svolgendo un importante ruolo nella conservazione, diffusione e sviluppo della cultura arberesh: la sua biblioteca e i suoi archivi sono una fonte inesauribile di notizie tanto di carattere linguistico che storico.

Abbazia di Grottaferrata


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