OP

Mezzoeuro

Sertorio Quattromani, letterato, filosofo e critico severo

di Oreste Parise

Mezzoeuro Anno XI num. 37 del 22/09/2012


Rende, 7/08/2012


Letterato e umanista cosentino del Cinquecento

Non seppe por freno nè alla sua collera, né alla sua vanità. Offeso una volta, non dava più quartiere, né tregua, e non parlava, che di vendette, di uccisioni, e di stragi.

Sertorio Quattromani appartiene alla lunga schiera di letterari e uomini di scienza che fecero di Cosenza nel Cinquecento una delle città più vive e colte del Regno di Napoli. Nel “Giornale de' letterati d'Italia”, vol. XXII dell'anno 1715, dove è contenuta una lunga biografia del nostro autore con l'elenco esaustivo delle sue opere, si legge infatti (nella pag. 283):

“Uno de' rari pregj dell'antichissima città di Cosenza, capo di quella provincia del reame di Napoli, che anticamente fu da' popoli Bruzj abitata, e in oggi Calabria Citeriore s'appella, si è la maravigliosa felicità degl'ingegni, che ella produce. Fra questi si contano i due Telesj, Antonio e Bernardino; i due Martirani, Berardino e Coriolano; Gian Parrasio, e tanti altri, il nome de' quali non perirà mai nella memoria degli uomini”.

Sertorio QuattromaniAulo Giano Parrasio, il cui vero nome era Giovan Paolo Parisio visse a cavallo tra il 1400 e il 1500. Fu un grande umanista e filosofo, che condusse una vita errabonda tra Corfù, Napoli, Milano. Nel 1511 fondò l'Accademia Cosentina che doveva essere una fucina di poeti, filosofi e letterari. Oltre a quelli già citati bisogna aggiungere almeno Tommaso Campanella e Antonio Serra che non risultano essere membri dell'Accademia ma erano uomini di grande ingegno. Quest'ultimo visse alla fine del secolo e fu per lungo tempo dimenticato. Sertorio Quattromani assunse la direzione dell'Accademia dopo la morte di Bernardino Telesio e ne vivacizzò l'attività rendendola una delle più prestigiose in Italia.

Per la sua biografia ci siamo avvalsi di quella scritta da Gennaro Terracina da Manfredonia, apparsa sul quarto volume della “Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli ornata de' loro rispettivi ritratti“ pubblicata a Napoli nel 1817 a cura di Nicola Morelli e Pasquale Panvini.

“Ebbe il nascimento in Cosenza nell'anno 1541. Il suo casato risplendeva sin dal principio del secolo XIII, per ornamento di cospicua nobiltà e per legame di onorate parentele. Suo padre si nominò Bartolo e la madre Elisabetta d'Aquino ancor d'illustre lignaggio.

Siamo all'oscuro di sua primitiva instituzione e de' primi suoi studj; e per quanto appare, ei si fu maestro di sé stesso, siccome è intervenuto a parecchi altri esimj ingegni. Di anni diciannove per certe brighe avute in patria migrò a Roma, ed ivi attese a studiare i classici ed a coltivare l'astrologia giudiziaria che era il gran sapere secondo l'uso di quei tempi. Non trascurò in quella città eterna di stringere amicizia co' primi letterati, e tra gli altri, col Caro, co' due Colonna, con Torquato Bembo e con Paolo Manuzio, per favore del quale venne introdotto nella biblioteca vaticana. Poté in tal guisa leggere a suo talento i migliori autori greci e latini, e svolgere i codici degli antichi rimatori provenzali, siciliani e toscani. Sicché tra poco tempo pel suo non ignobil poetare e pel suo discernimento acquistò fama d'uomo saputo.

Entrato l'anno 1565 se ne passò a Napoli, e a capo a due anni si rimpatriò. Non ci è stata tramandata la cagione, perché poi di Calabria si ricondusse a Roma, e di quivi novellamente a casa; ove presso alcuni suoi parenti, e propriamente in Cirisano, si applicò a sporre il Petrarca. Ripassò in Napoli verso il 1584, e costretto dalle sue brevissime finanze, si pose a servire Ferrante Caraffa duca di Nocera, il quale, assegnatagli onorevole provvisione, trattava con esso lui siccome un amico. Di ritorno dalla sua patria nel 1588, che rivide col permesso di quel signore, intitolò al medesimo il ristretto della filosofia di Bernardino Telesio, finita di pubblicar per le stampe nel 1589.

Altre sue opere egli era per dare alla luce, le quali non mai si sono più impresse, allorquando, a mezzo luglio del 1590, preso un'altra volta congedo dal suo mecenate se ne ritornò in Cosenza. Ivi dimorò due anni con somma utilità e soddisfacimento di quella fioritissima accademia; e rivenuto in Napoli, su' ridenti colli di Posillipo dove il duca si rattrovava per grave malattia, die' l'ultima mano alla sua traduzione della storia del Gran Capitano di monsignor Cantalicio. Sempre irrequieto, volubile ed ansioso di acquistar conoscenze e di girare, morto il sullodato duca nel 1593, pensava di migrar di nuovo in Roma; ma la mancanza del denaro in cui era, non che qualche offerta del Principe di Stigliano se lo trattenne. Pur nullamanco non migliorando fortuna lasciò Napoli e si ridusse in Cosenza, spintone veracemente da fiere ambasce per parte di un suo nipote, imprigionato per alcune ferite a danno di un giovane napoletano imputate a lui.

Soggiornando in Calabria venne in pregio e carezzato dal principe di Scalea; il quale avido di conoscere un buon libro di dottrina politica, il Quattromani, dietro le istanze ricevutene, scelse come un gran che, la politica di Giusto Lipsio che è un bel panno tessuto e vergato, da cui non si ricavano le certe regole per governar uomini, ed i veri mezzi che debbono adoperarsi per renderli virtuosi: intento che non si può ottenere senza lo studio del cuore umano, e senza i lumi della filosofia e della sana morale.

Quantunque ei fosse bersaglio perenne di avversa sorte, e si trovasse sempre per essa in gran disagio, non macchiò mai la nobiltà della sua stirpe con qualche bassezza d'animo. Era però gonfio di sé, violento, stizzoso e molto vano; si credeva di vantaggio ei solo letterato. Era puntiglioso e per ogni menomo disturbo parlava di vendetta, di stoccate e di stragi. Zoilo amarissimo al pari di Lorenzo Valla, censurava e tagliava tutti a tondo, antichi e moderni scrittori, Omero, Virgilio, Pindaro, Orazio, Dante, Petrarca”.

Il suo carattere scontroso è molto ben tratteggiato nella biografica apparsa sul “Giornale de' letterati italiani” citata sopra.

Per dare qualche ombreggiamento d'animo, e dell'ingegno di questo letterato, egli fu uomo che si compiacque del buono, e che molto seppe, ma che non fu senza la presunzione di sapere molto. Essendo ancor molto giovane in Roma, cioè nell'anno 1560 verso il ventesimo dell'età sua, egli si vanta di aver letto alcuni autori antichi con tanto frutto, che si confidava quasi saper render conto di quanto fosse dimandato. Nelle cose poetiche, le quali furono il più favorito de' suoi studj, egli penetrò sì avanti, che il giudicio, che ne dava, era per lo più da temersi e stimarsi. Le cose del Petrarca, del Cardinal Bembo, e di Monsignor della Casa erano sopra tutto lette da lui, e apprezzate; ma non in guisa si lasciò trasportare dall'amore, e dalla stima, che aveva per esse, che non ne condannasse i difetti, ove gli parve di ritrovarli. Rivoltò con piacere, e con profitto oltre a i Provenzali i rimatori più antichi toscani, che sono nella libreria vaticana, e che dipoi furono pubblicati in parte dall'Allacci nel 1661 ben conoscendo potersene fare quel buon'uso, che Virgilio soleva fare delle cose di Ennio.

Accademia Cosentina“Non seppe por freno nè alla sua collera, né alla sua vanità. Offeso una volta, non dava più quartiere, né tregua, e non parlava, che di vendette, di uccisioni, e di stragi. Era puntiglioso fin con gli amici onde si legge che, se la prese con Lodovico Domenichi, perché questi in un suo libro stampato non gli diede del Signore. Non richiesto ancora, arrogava di fare l'ammenda all'opera altrui; e se usava così verso quel de' suoi amici, come di Annibal Caro, e di Bernardino Rota; quanto più esercitasse la sua censura verso l'opera di coloro, co' quali non aveva alcuna attenenza, ognuno può immaginarselo. Parvegli degna di comprensione la sposizione del Petrarca fatta da Lodovico Castelvetro; e nella lettera, che ne scrisse a Monsignor Giambattista Di Costanzo, Arcivescovo di Cosenza, ne rigettò sovra altri la colpa, non è verisimile che egli dicesse così per la temenza del Castelvetro, la più acconcia persona del mondo per fargli una stregghiatura, e rendergli frasche per foglie; poiché egli scrivea quella lettera all'Arcivescovo di Cosenza ai 28 dicembre del 1597 ed il Castelvetro era morto ai 20 febbrajo del 1571, come dall'epitaffio di lui si raccoglie; ma più tosto perché vedeva sparsa quell'Opera di alcune cose poco sane, e poco cattoliche dottrine, che sono state anche cagione, che ella fosse proibita dalla Chiesa; onde rispettando la memoria dell'autore defunto, ne diede colpa all'esser'ella stampata in paese di eretici, i quali si sa quanto siano facili e disposti a metter le mani negli scritti altrui, e a farli parlare a lor gusto. Ecco le parole del Quattromani: In questa sposizione ho ritrovato molti errore; &, perché il libro fu impresso a Basilea, non farebbe gran fatto che vi fussero stati aggiunti da qualche ribaldo; perché non par cosa credibile, che così fatte balordaggini siano mai uscite dalla bocca di un valente huomo. Ne le paja ciò strano: perché se questi scellerati hanno ardire di contaminare i libri sacri, più audacemente guasteranno gli altri.

Più esempi di questo genio severo del Quattromani nel giudicare le cose altrui s'incontrano nella sue lettere, e l'accuratissimo Sig. Egizio non ha mancato di notarli nella sua vita, dove pure racconta, esser restata fama in Cosenza, che Sertorio essendo un giorno con Torquato Tasso, e avendo trovato, come suol dirsi, il pelo nell'uovo in certi componimenti di lui, questi gli afferrò sdegnato le mani chiragrose, e percotendogliele al tavolino, ove stavano ambedue e sedere: "Fate voi", gli disse, "Signor Sertorio, fate voi". Questo fatto però non si accorda, giusta la considerazione del Sig. Egizio, con la natura sofferente del Tasso, nella cui vita il Manso non ne dice parola, siccome nelle lettere del Quattromani non si trova, che esso si dolga della chiragra, come fa del suo mal di occhi in più luoghi.

Un carattere somigliante dovea renderlo certamente esoso a tutti i dotti suoi contemporanei; ed ecco perché non troviamo chi faccia menzione alcuna di lui. Il Capaccio, senza nominarlo in cert'opera, ha benissimo pennelleggiato il suo costume.

Or chi il crederebbe? Un uomo di genio così altiero e severo, d'anno presso i sessanta, die' nella pania d'amore come un garzone di primo pelo. Che sì, che era un bel vedere un vecchio come lui, ostentatore di molta scienza e pieno tutto della bile d'Archiloco, far lo spasimato e 'l cascamorto attorno alla faldiglia di una fanciulla! questi era, senza punto sbagliare, il Diogene del Tassoni che, rancido, sparuto, sciorinato e col solo mantello alla romagnuola indosso, tutto lercio e rattoppato, frenetico d'amore, passeggiava lungo l'uscio della famosa Taide!

Da tutto ciò non dobbiamo però trar conseguenza che egli non si fosse uomo di gran vaglia e di rettissimo giudizio; come di fatto lo appalesano le sue opere messe a stampa, siccome le lettere, il trattato della metafora e la sposizione del Casa, se non con molta filosofia, almen con varia erudizione e con ingegno fatta. Ei fu che consigliò a' membri dell'Accademia di Cosenza suoi colleghi, di contentarsi del semplice e puro nome di Accademici cosentini, e di non adattare quei titoli ricercati e bizzarri delle altre radunanze italiane, convenevoli a gente da berlingaccio, anziché ad uomini seriosi e scienziati. Semprechè la verità ci si pari innanzi, noi non saprem covrirla del velo della menzogna. Sinceri per istile, non amiamo di essere larghi panegiristi degl'ingegni nati in questo regno, o di foggiar le vite, giusta l'opinione del Vossio, sul torno di quella di Ciro fatta da Senofonte.

Sertorio Quattromani, degno per altro di miglior fortuna mentrechè ei visse, a mancar venne nel 1611, verosimilmente in Cosenza, e non già nel 1605 secondo i compilatori del Dizionario storico, i quali favellano di lui con soperchia trascuratezza; ed è questo un torto manifesto che fassi ad un uomo, il cui saper letterario non debbe esser vilipeso per la vanità di cuore che si allettava in lui”.

La maggior parte delle opere sono rimaste inedite.

Secondo quanto riportato nel “Giornale de' letterati, le stampate sono queste:

1 - La filosofia di Bernardino Telesio ristretta in brevità, e scritta in lingua toscana dal Montano, Accademico cosentino. All'eccellenza del Signor Duca di Nocera. In Napoli appresso Giuseppe Cacchi 1589, in 8°. Mostra il Sig. Egizio, che vanamente fu dubitato da Francesco Nicodemi il quale pubblicò le copiose Addizioni alla Biblioteca Napoletana de Toppisotto nome di Lionardo

suo fratello, se quest'opera fosse veramente di Quattromani; e reca le ben fondate ragioni, per le quali ella indubbiamente assegnare a questo si debba.

2 - Il volgarizzamento dell'Istoria del Gran Capitano, scritta da monsignor Cantalicio vescovo di Cività di Penna. Uscì questo la prima volta in Cosenza, appresso Luigi Castellano, 1595 in 4, sotto nome dell'Incognito Accademico Cosentino; e poi la seconda volta col nome espresso di Sertorio Quattromani, detto l'Incognito, ec. in Napoli, appresso Gio. Giacomo Carlino, 1607, in 4.

3 - Sposizione delle Rime di Monsignor della Casa, stampata dietro le Rime e Prose d'Orazio Marta, in Napoli, appresso Lazzaro Scoriggio, 1616, in 4. Le rime del Casa furono sposte anche da M. Aurelio Severino, la cui fatica ne fu data alle stampe in Napoli, presso Antonio Bulison, 1694, in 4, con la giunta delle sposizioni di Sertorio Quattromani, e di Gregorio Caloprese; ma questa

edizione non è che la Prima Parte dell'Opera, ed è stato male, che non si sia proseguita.

4 - Lettere, libri due, col. IV libro dell'Eneide di Virgilio, tradotto in verso sciolto. In Napoli, appresso Lazzaro Scoriggio, 1624, in 8.Accademi Cosentina


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