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Mezzoeuro

Ma cos'è questa crisi?

di Oreste Parise

Mezzoeuro Anno XI num. 45 del 10/11/2012


Rende, 6/11/2012


Presenttato l'VIII Rapporto sull'economia in provincia di Cosenza

A trainare la recessione, il collasso del settore edile e il ritardo dei pagamenti della pubblica amministrazione: ci vogliono più di sei mesi per ricevere un pagamento. Il clima di fiducia degli imprenditori è arrivato ai minimi storici. È allarme rosso, e ancora non si intravede una svolta poiché senza un deviso intervento pubblico la Calabria non è in grado di ripartire da sola.

Qualche giorno fa mio figlio è ritornato a casa chiedendo molto perplesso perché tante persone frugano nella spazzatura. Un comportamento anomalo a cui non era abituato, soprattutto perché ha notato che non si trattava dei soliti “zingari”, ma di gente normale, comune che avresti potuto incontrare in fila alle Poste o su un autobus. Nonostante siamo l'ultima regione d'Italia per reddito, ricchezza e produzione industriale, una situazione del genere era assolutamente inimmaginabile. Riporto indietro l'orologio della storia di almeno mezzo secolo, quando la povertà era sì molto diffusa, ma funzionavano gli “ammortizzatori sociali” della terra e della solidarietà. Invece di rovistare nella spazzatura si preferiva chiederà alla terra quella che poteva dare, e quattro fichi e un quintale di patate non li negava a nessuno. L'economia agricola garantiva la sussistenza, e rappresentava una via di fuga per evitare di rovistare nella spazzatura, molto più “povera” di quella di oggi e non lasciava alcuna possibilità di trovarvi qualcosa di utile. La società era caratterizzata da una penuria generalizzata alla quale sfuggiva solo una sparuta minoranza, che non aveva la capacità di influire significativamente sulla domanda macroeconomica. Una povertà con una speranza rappresentata da un mondo in piena evoluzione, che affrontava l'enorme compito di trasformare il suo sistema industriale e produttivo da economia di guerra a grande industria di beni di consumo. Il miracolo economico italiano è stato costruito così, sulla speranza, sulla fiducia di poter uscire da quello stato di depressione secolare dell'economia.

Si è puntato sull'industrializzazione del Sud con l'enorme bacino di forza lavoro costituito dall'agricoltura meridionale, dove non vi era una sovrabbondanza di manodopera sottoutilizzata con un livello di produttività quasi inesistente.

Il prezzo pagato dal Sud è stata una spoliazione della sua energia vitale, una quasi totale scomparsa della componente più dinamica e attiva della società, che ha provocato la creazione di una economia dipendente, quasi totalmente sostenuta dai trasferimenti esterni, le rimesse degli emigrati e le risorse pubbliche. Inariditosi il primo canale con il definitivo assestamento nei luoghi di destinazione degli emigrati, l'unico sostegno all'economia meridionale è rimasto quello pubblico.

Il programma di incentivazione con il quale si era pensato di indurre l'industrializzazione del Sud è totalmente fallito, vuoi per l'errata destinazione degli investimenti verso settori maturi o che erano entrati in crisi irreversibile, vuoi per lo scorretto utilizzo dei fondi da parte di imprenditori spregiudicati o organizzazioni criminali. Può sembrare assurdo, ma la parte più rilevante dei fondi disponibili non è stata proprio utilizzata e questo costituisce l'anomalia del Mezzogiorno che in Calabria assume un carattere assolutamente patologico.

L'ottavo Rapporto BCC Mediocrati sull’economia cosentina presentato ieri nella Sala De Cardona del Centro Direzionale della Banca costituisce un appuntamento autunnale ineludibile per studiosi e protagonisti economici della provincia, accorsi in gran numero per riflettere sulle attuali condizioni congiunturali.

Era logico attendersi una conferma dello stato di grave crisi attraversata dalla provincia, in linea con quanto si va ripetendo per l'intero Mezzogiorno, ma ci si attendeva forse l'apertura di qualche finestra su uno scenario futuro che presentasse qualche spiraglio di speranza. Il quadro che emerge è un vero e proprio grido di dolore, la fotografia di una regione in coma che rischia di diventare irreversibile. Si parla di recessione senza alcuna remora, consci che la crisi è generalizzata e per il momento non si lascia alcun margine di dubbio o di possibilità di ripresa a breve.

“A trainare la recessione, il collasso del settore edile: il 60% denuncia una contrazione del fatturato. Si va oltre i sei mesi per ricevere un pagamento dalla Pubblica amministrazione. Clima di fiducia degli imprenditori ai minimi storici. Riduzione del cuneo fiscale e sostegno finanziario agli investimenti”. Questa la sintesi introdotta a mo' di slogan da parte della Demoskopika, la società di ricerca che ha curato la redazione del rapporto.

“Il sistema imprenditoriale cosentino è in fase di recessione e il settore edile è alla testa dell’iceberg”, si legge nel rapporto. La fotografia di un territorio costretto a ripiegare sul consumo del proprio patrimonio più prezioso per poter sostenere la propria crescita. L'ultima fase della sua crescita, ormai alle spalle da alcuni anni, era stata sostenuta da una frenetica attività immobiliare: si è costruito un immenso parco immobiliare ben al di sopra delle esigenze e dei bisogni abitativi. Per non parlare dei cimiteri industriali che hanno devastato migliaia di ettari di terreno agricolo consegnandoli al degrado e sottraendoli alla possibilità di un utilizzo produttivo.

Questo ha generato una offerta ipertrofica di immobili tanto per uso civile che industriale che non riesce a trovare una domanda adeguata. La crisi ha acuito il fenomeno, ma lo squilibrio del mercato è un dato strutturale che non si sanerà con la fine della fase di recessione, ma continuerà a manifestarsi per lungo tempo dopo. Questo significa che non ci si può attendere che possa essere proprio l'edilizia la locomotiva della ripresa. In assenza di un progetto di sviluppo, la crisi locale si prolungherà ben oltre i limiti temporali previsti dagli enti e istituti di ricerca economica.

Questo mette chiaramente in luce, il ruolo giocato dall'economia pubblica e dall'atteggiamento della pubblica amministrazione che costituisce il fattore di gran lunga più importante che influenza l'andamento del ciclo economico.

Il focus posto dal Rapporto sul ruolo dell'edilizia mette chiaramente in luce le difficoltà che il sistema economico trovi autonomamente un equilibrio, magari acuendo le asimmetrie strutturali, ma è essenziali un governo del territorio che riesca a trovare una via di uscita, ma è necessario individuare le aree insoddisfatte, come l'edilizia economico-popolare, la richiesta abitativa degli immigrati, il recupero del patrimonio storico-architettonico.

L'urgenza più impellente è quella di eliminare il gap infrastrutturale. Per questo è necessaria la pianificazione di un programma di investimenti pubblici da finanziare con l'abolizione del sistemi degli incentivi, rivelatisi inefficaci. Il lungo periodo di applicazione ha solo provocato una distorsione nel meccanismo di funzionamento del mercato, favorendo nel contempo la formazione di una vasta zona d'ombra dell'economia per l'infiltrazione nel processo di utilizzo dei fondi da parte delle organizzazioni criminali.

Il comportamento del settore pubblico costituisce il cardine attorno al quale ruota tutta l'economia del Mezzogiorno. Oggi costituisce la causa di gran lunga più importante della sua crisi per almeno due fattori, il rallentamento degli investimenti tanto da parte dello Stato e degli enti locali che delle imprese pubbliche e il ritardo nei pagamenti che ha raggiunto livelli inaccettabili e provocando una forte tensione nella liquidità delle imprese, strette nella morsa dei ritardi nei pagamenti da un lato e dal “credit crunch” dall'altro.

La situazione creditizia ha assunto la forma di un vero e proprio dramma sociale, per il suo carattere fortemente prociclico per la tendenza delle banche di chiudere l'ombrello nel bel mezzo di un fortunale. Questa è la conseguenza di un sistema di regole, come quelle di Basilea, studiate per una gestione ottimale degli istituti di credito in periodi di crescita, ma incapaci di delineare alcuna linea di comportamento per la gestione dei momenti di crisi.

Solo le piccole banche locali, che hanno un maggior grado di autonomia per un maggiore grado di flessibilità loro concesso nella loro applicazione draconiana dei ratios patrimoniali. Alle prime avvisaglie della crisi hanno costituito un'ancora d'approdo per le famiglie e le imprese. Ora anch'esse si trovano nell'impossibilità di rispondere alle crescenti richieste di un sistema affetta da un crisi generalizzata e dalla limitatezza dei loro capitali.

Il rapporto fotografa impietosamente lo stato di degrado dell'economia calabrese e conferma il dato già emerso dal Rapporto Svimez sull'economia del Mezzogiorno, dove si evidenzia come si è rimesso in moto il meccanismo di desertificazione demografica del territorio. Si è, infatti, avviato un nuovo esodo biblico che interessa ancora una volta la parte più attiva e dinamica della sua popolazione e segnatamente i suoi giovani, soprattutto quelli con un elevato grado di cultura. Si sta realizzando il paradosso di un territorio che soffre per la mancanza di personale specializzato, e quello disponibile è costretto a fuggire per vedersi riconosciuta la professionalità acquisita. La famiglie sostengono enormi sacrifici per consentire ai propri figli di conseguire le competenze tecniche e scientifiche che saranno utilizzate altrove per provocare e sostenere lo sviluppo di regioni o Paesi lontani.

Che la disoccupazione sia il problema di gran lunga più rilevante per l'economia della Calabria lo si percepisce dallo stato di sofferenza delle famiglie, le cui difficoltà sono acuite dalla necessità di doversi accollare il peso del mantenimento dei propri figli ben oltre il limite naturale, fino a vederli fuggire via alla ricerca di fortuna, armati di netbook, cellulare e iPad. Il fenomeno non trova una esatta raffigurazione nelle statistiche ufficiali, poiché la maggior parte dei giovani preferisce non affollare le liste di collocamento, ma si dirige direttamente lungo i sentieri della speranza.

Le tante storie di successo dimostrano che il mancato sviluppo è frutto di una carenza strutturale nel governo dell'economia locale, nell'incapacità politica di eliminare il gap strutturale e istituzionale che impedisce alla forze giovani e dinamiche di provocare lo sviluppo del proprio territorio.

I limiti di una politica preoccupata unicamente dell'indebitamento pubblico con la rigida applicazione di una feroce pressione fiscale che incide pesantemente sulle componenti più deboli della società, diventano sempre più evidenti. La locomotiva tedesca che ha imposto queste misure draconiane accusa una pesante frenata, a causa del rallentamento dei consumi nei paesi in crisi come Spagna, Grecia e Italia.

“Occorre evitare il collasso del sistema – ha dichiarato il presidente della Banca di Credito Cooperativo Mediocrati, Nicola Paldino - ponendo in atto le contromisure necessarie per la compensazione dei crediti vantati verso le regioni e gli enti locali, con somme dovute all’erario. Un provvedimento legislativo che aveva il carattere di urgenza e doveva dare respiro al sistema immettendo liquidità ma che ancora non ha trovato piena applicazione. Ma è necessario guardare anche al lungo periodo - ha proseguito il presidente della BCC Mediocrati, Nicola Paldino – per uscire dall’impasse attraverso interventi di politica economica più incisivi e mirati. Innanzitutto favorire gli investimenti infrastrutturali che grazie al loro effetto anticiclico sono in grado di aumentare la domanda e sostenere la competitività del sistema produttivo. Ciò deve essere accompagnato da una politica industriale unitaria che offra certezza e dia maggiore fiducia alle imprese per una concreta ripresa degli investimenti. Dalla nostra indagine emerge, invece, che negli ultimi 5 anni la propensione agli investimenti delle imprese si è dimezzata passando dal 36,5% al 17,6%. Otto imprenditori su dieci – ha concluso il presidente della Banca di Credito Cooperativo Mediocrati, Nicola Paldino – chiedono una riduzione del cuneo fiscale e un sostegno concreto agli investimenti. Lo fanno anche attraverso questo rapporto che, a distanza di otto anni, si propone come efficace strumento per analizzare i cambiamenti della nostra economia”.

“Abbiamo registrato - ha precisato il Direttore dell’Istituto Demoskopika, Nino Floro - il peggiore risultato dal 2004. Le aspettative di una ripresa economica sembrano allontanarsi sempre di più venendo meno l’ottimismo tra gli operatori economici locali i cui livelli di fiducia toccano il punto più basso degli ultimi anni. La sfida della crescita - ha spiegato Nino Floro - non può essere lasciata alle sole imprese. Sulle misure di politica economica ritenute più efficaci per uscire dalla crisi e imboccare la via della crescita, gli imprenditori hanno le idee chiare. La maggioranza (50%) indica gli “sgravi fiscali e contributivi sulle retribuzioni”.

Nel rapporto si delinea un insieme di misure necessarie per provocare una ripresa. “Priorità alla riforma fiscale con minori tasse su produzione e lavoro, per lasciare più retribuzione netta ai lavoratori e più liquidità alle aziende. Segue la “disponibilità di credito e agevolazioni finanziarie per le piccole e medie imprese” indicata da oltre il 40% del campione”.

Un auspicio che trova un ostacolo quasi insormontabile nella esclusione del Mezzogiorno dall'agenda politica. La crisi, il divario strutturale, la forbice di sviluppo, la sofferenza di un numero crescente di famiglie, l'emigrazione devastante sono argomenti scomparsi nelle discussioni parlamentari, nelle sedi governative, nell'interesse dei partiti.

La questione dirimente è quella Settentrionale. Il Mezzogiorno può attendere e dedicarsi all'affinamento delle geremiadi, un'attività in cui ha acquisito una invidiabile competenza.


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