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Mezzoeuro

Un popolo in marcia: la traversata del deserto

di Oreste Parise

Mezzoeuro Anno XII num. 9 del 2/3/2013


Rende, 27/2/2013


Lo tsunami elettorale.

Hanno perso tutti, ma soprattutto l'Italia che ora deve ricostruire dalle macerie. Grillo può cantare vittoria, ma dopo aver raccolto il consenso deve trasformarlo in risposta politica per non rischiare la fine di Masaniello.

Un pieno di rabbia

Chi sia il vincitore delle ultime elezioni è fin troppo chiaro. Sarebbe però un errore imperdonabile se ritenesse di aver ottenuto un enorme consenso sulle sue proposte e volesse imporre al Paese una ricetta preconfenzionata costruita in rete. Il suo straripante successo è quasi completamente costituito dalla raccolta del dissenso, della protesta, della rabbia, dell’insofferenza nei confronti di una classe politica che ha fatto di tutto per allontanarsi dal comune sentire della gente. Il movimento oggi si ritrova ad essere la prima formazione politica italiana con una rappresentanza parlamentare che è molto al di sotto della sua popolarità nel Paese. Le piazze piene, i cori da stadio, il clima di partecipazione che ha caratterizzato la sua campagna elettorale testimonia una presenza ben superiore ai numeri espressi.

Come in tanti altri casi del passato il “popolo” ha impresso una straordinaria accelerazione al processo di cambiamento che non ha trovato espressione nelle sedi istituzionali. Senza evocare il grande rivolgimento della Rivoluzione francese che ha sconvolto il mondo, Savonarola a Firenze, Cola di Rienzo a Roma e Masaniello a Napoli rappresentano tre casi di scuola in cui la rabbia popolare, dopo lo straripante successo iniziale, si è tramutata in una tragedia proprio per la loro incapacità di governare i processi di cambiamento.

Bisogna riconoscere che Peppe Grillo è riuscito a indirizzare la rabbia popolare in un canale istituzionale. Il suo grande merito è di aver evitato la deriva greca: dalle piazze piene è emersa una voglia di partecipazione, la richiesta di una trasformazione profonda della società, un urlo munchiano di equità e giustizia, di una maggiore sobrietà nella politica. Non vi è stata alcuna violenza e tutta la campagna elettorale si è svolta di un clima di festante partecipazione, senza arrivare mai alle violenza di Piazza Sintagma ad Atene, dove la protesta si è trasformata in violenza.

Un altro elemento di novità rispetto al passato è la trasversalità territoriale, la diffusione del fenomeno in modo uniforme in tutto il Paese, che si è ritrovato unito nella protesta, senza quella spaccatura che ha caratterizzato la crisi degli anni novanta che ha trovato rappresentazione solo al Nord con la Lega e Forza Italia, che mettevano insieme protesta e proposta per creare un nuovo equilibrio politico-sociale. Un progetto che a distanza di vent’anni ha prodotto dei risultati fallimentari e lo sfaldamento di un sistema di potere invischiato in scandali senza fine che hanno coinvolto anche chi si proponeva di rappresentare l’alternativa. Il caso Penati e il suo consolidato legame con il premier in pectore è stato prepotentemente portato alla ribalta dalla incredibile vicende del Monte dei Paschi di Siena, che ha rivelato la possibilità di esistenza di armadi di sinistra dove potrebbero nascondersi altri scheletri stipati in questo lungo dopoguerra.

Il Movimento 5-Stelle ha raccolto voti in tutto il territorio. Anche al Sud, che questa volta ha mostrato una insolita sintonia con il resto d’Italia.

Oggi sono tutti uniti nelle difficoltà, per i disastri provocati dalla deindustrializzazione al Nord e lo spettro della miseria al Sud. Questa ritrovata unione nella difficoltà costituisce una opportunità per dare un progetto unico al Paese, che ha celebrato i suoi 150 anni di unificazione riflettendo sulle sue lacerazioni, sulle ferite mai suturate tra le due aree.

In questo infausto ventennio della seconda repubblica, si è accentuata la lacerazione territoriale, a cui si è aggiunta la profonda divaricazione sociale: è aumentata in maniera esponenziale la disuguaglianza, l’ingiustizia sociale, la concentrazione dei redditi e dei patrimoni che ha provocato la sparizione dei ceti medi, la comparsa di sacche di miseria. Una situazione messa chiaramente in luce dalle indagini della Banca d’Italia, che illustrano paese sempre più diseguale, dove vi è una inaccettabile concentrazione dei redditi e del patrimonio.

La classe politica si è chiusa nella sua torre dorata, gelosamente attaccata ai suoi privilegi, imperturbabile di fronte all’onda crescente della protesta. Un aspetto curioso è che per la seconda volta in pochi anni, il centrosinistra è stato colpito dalla sindrome dell’exit-poll: dato per vincente all’apertura delle urne si è ritrovato con le pive nel sacco alla fine dello spoglio. C’è da chiedersi da che cosa è provocata questo comportamento dell’elettorato che all’ultimo minuto decide di non potersi fidare del “suo” partito. Vi è un distacco abissale tra il bagaglio culturale della sinistra e il comportamento concreto nelle istituzioni dei suoi rappresentanti: il pensiero di sinistra non trova espressione nella classe dirigente di quel partito che rincorre le proposte altrui, incapace di trovare nella sua cultura politica gli elementi costitutivi del suo progetto politico. E non funziona più neanche il “turatevi il naso” di montanelliana memoria, perché la gente è stufa di dover subire proposte indecenti per evitare il peggio. Ma poi il peggio dov’è? Peggio di così...

Un caso esemplare è costituito dal dibattito parlamentare sulla legge elettorale: un mostro che la società civile non sopporta. Avrebbe dovuto essere una delle pietre tombali del berlusconismo che l’ha inventata e voluta; ma ha trovato proprio nel PD uno strenuo difensore: in nome della governabilità voleva la difesa del pollaio, senza le noiose preferenze e un premio di maggioranza stratosferico che gli assicurasse una vittoria senza compromessi. Il trionfo del centralismo democratico.

Era evidente che ciascuno pensava al proprio tornaconto, e non si preoccupava di dare al Paese una legge moderna, equa che assicurasse la selezione di una classe dirigente competente ed autorevole scelta dal basso, vicina agli umori e al sentire della gente. In fondo, il porcellum faceva schifo alla gente, ma era tanto gradito alla casta. Ci si è illusi che il miracolo calderoliano avrebbe garantito ad una minoranza nel Paese di trasformarsi in forza di governo e ci si è ritrovati sull’orlo del baratro dell’ingovernabilità e con contraddizioni che questo strano risultato ha evidenziato impietosamente. Il premio di maggioranza in questa misura così palesemente assurda è un obbrobrio indegno di un paese civile e democratico: il Parlamento non è la rappresentazione degli equilibri politici, ma una costruzione artefatta e artificiosa tanto nella composizione numerica che nella qualità della rappresentanza. La governabilità si deve costruire sul consenso e non certo sulle alchimie del sistema elettorale.

Si è avuta l’abilità di sperperare quel patrimonio di credibilità che si voleva costruire con le primarie, stravolte nel loro contenuto democratico dalle riserve indiane assicurate alla casta, dalla mortificazione del territorio, dalle candidature multiple, dalla ingerenze degli apparatniki, dalla mancanza di una analisi politica delle scelte.

Il caso Calabria

A giudicare da quanto si è verificato in Calabria, questo mix esplosivo ha prodotto una offerta molto deludente, che non rispondeva affatto all’ansia di cambiamento, che era evidente e veniva confermata da tutti i sondaggi.

Non si è voluto tener in alcun conto una delle regole elementari della democrazia: ogni sconfitta elettorale deve rappresentare un momento di riflessione, di ponderazione e provocare un rinnovamento del personale e del progetto politico.

Dopo la disastrosa sconfitta alle regionali del 2010 non si è fatta alcuna analisi per individuare le cause di un risultato così negativo, non si è voluto alcun rinnovamento profondo e radicale, benché la coalizione del centrosinistra avesse perso il 46% dei consensi rispetto alle regionali precedenti. Al contrario, in questa tornato elettorale si è assistito alla ricomposizione di quel quadro “famigliare” con la ricomparsa di personaggi che avevano legato il loro nome a un totale fallimento. Oggi quel vecchio rappresenta il nuovo e ci dovrebbe proiettare verso il futuro, dovrebbe governare il cambiamento, dimenticando che il loro ingresso nel Parlamento è frutto di una alchimia e non il risultato di un processo di selezione.

Vox populi

Sarà un caso se gli elettori hanno preferito un salto nel buio piuttosto che affidarsi ancora una volta ai soliti noti? Vox populi vox dei, recitava un antico detto, tuttora valido. Gli eletti grillini sono una incognita che possono vantare delle indubbie qualità: sono espressione del territorio, non sono compromessi con il potere né responsabili di fallimenti, sono giovani, entusiasti e pronti al cambiamento.

A questo bisognerebbe aggiungere qualche difetto, come l’inesperienza, ma meglio un giovane inesperto che un vecchio volpone consumato a tutti i compromessi.

Ora dalla crisalide si aspettano tutti che possa nascere una farfalla politica. Gli agitprop del passato hanno fatto una brutta fine perché sapevano governare la protesta, ma non hanno saputo trasformarsi in politici. Le prime mosse di Grillo sono piuttosto contraddittorie. Gli insulti e gli slogan possono essere utili in campagna elettorale, ma sono dannosi nell’attività di governo perché possono scatenare conseguenze incontrollabili.

La situazione economica è molto seria e richiede la capacità di dare una rappresentanza rassicurante sulla governabilità del Paese per non ritrovarci tutti a Piazza Syntagma a inscenare violente manifestazioni di protesta, non più contenute nei palazzi istituzionali, ma sfociati a quel punto in una vera e propria rivolta sociale.

Lo straordinario risultato elettorale può trasformarsi in una occasione senza precedenti per attuare quelle riforme che sono state impedite dai reciproci veti dettati dagli inconfessabili interessi da difendere da parte di ciascuna delle parti in causa.

Tutto dipende dalla capacità di questo nuovo protagonista di fare le mosse giuste. Sarebbe una novità straordinaria un nuovo governo guidato da una personalità di alto profilo, con ministri altrettanto autorevoli e un programma di dieci importanti riforme da attuare nel termine di un anno per poi decidere cosa fare. E un capo di Stato che goda della stima e della fiducia dell’intero Paese.

Questo è l’auspicio di tutti, perché i mercati non staranno certo ad aspettare le scene da avanspettacolo per prendere le proprie decisioni e affossare le speranze di rinnovamento. Un nuovo ricorso alle urne con regole nuove moderne e democratiche rappresenterebbe un evento di eccezionale portata che consentirebbe finalmente di instaurare la seconda repubblica.

Un Parlamento dall’equilibrio precario può giustificare la sua funzione se si trasforma in assemblea costituente, se si assume il compito di attuare le riforme necessarie in maniera coerente ed organica, poiché il sistema del taglia e cuci fin qui adottato porta a risultati aberranti.

Dopo lo strepitoso successo, Peppe Grillo deve sapersi svestire dei panni del comico e diventare un soggetto politico, in un forte riferimento istituzionale. Questa è una occasione unica per potersi accreditare come un riformatore e consolidare il suo movimento, che rischia di sciogliersi come neve al sole se perde l’occasione di dimostrare le sue capacità di governo, dopo aver dimostrato le sue indubbie capacità di mettere a nudo le deficienze del sistema.

Il messaggio elettorale è stato molto chiaro in direzione di un deciso rinnovamento e di un antiberlusconismo che è largamente maggioritario nel Paese: deve finire l’anomalia di un intero sistema bloccato sui problemi personali di un singolo. Vi sono delicati momenti legati alle sentenze previste in questo mese di marzo, proprio nel momento più delicato di formazione del nuovo governo ed elezione del capo dello Stato.

In questa occasione ha raccolto il dissenso, ora deve essere capace di ottenere il consenso, l’approvazione per la sua azione politica. Dopo vent’anni di immobilismo, gli aggiustamenti di sistema da effettuare per riportare a galla il paese sono miriadi, ma i primi interventi non possono che riguardare il sistema politico (conflitto d’interessi, incompatibilità, ineleggibilità, divieto di doppi incarichi, durata dei mandati, retribuzione dei rappresentanti, e così via) e il riequilibrio economico per dare sostegno alle componenti più deboli della società.

Molte sono le riforme utili e necessarie, ma si deve evitare di produrre un sistema incoerente. Lo stesso Movimento grillino è un elemento di grande innovazione portatore sano di germi molto pericolosi. Un aggregato spontaneo, senza alcuna organizzazione, senza capo né coda può funzionare inizialmente, ma diventa presto un organismo irresponsabile facile preda di approfittatori e gente senza scrupoli. La democrazia senza regole non esiste, e i partiti politici sono un elemento essenziale della democrazia che non bisogna

demonizzare ed eliminare, ma disciplinarne l’attività dando attuazione al principio costituzionale di favorire la partecipazione dei cittadini alla vita politica. Il finanziamento pubblico è necessario per evitare che si ritorni al predominio della aristocrazia del denaro, ma le risorse vanno distribuite sul territorio in base al numero degli iscritti; l’utilizzo dei fondi deve seguire le procedure e i controlli della spesa pubblica.

Se la forza elettorale acquisita viene trasformata in energia positiva, si sarà prodotto uno straordinario avanzamento del sistema. Tante sono le riforme rimaste a mezz’aria, le indecisioni che hanno paralizzato il meccanismo istituzionale. Si può solo citarne qualcuna.

I principi fondamentali della legge elettorale vanno costituzionalizzati per evitare che possa ripetersi l’esperienza Calderoli che ha stravolto il sistema democratico creando una frattura tra il ceto politico e i cittadini, con un ribaltamento del quorum che deve diventare necessario per le modifiche costituzionali di cui all’art. 138 ed eliminato per i referendum abrogativi di cui all’art. 75 della Carta.

Ma la riforma più necessaria per poter ottenere un risparmio significativo e disporre delle risorse per attuare dei significativi interventi economici è una profonda rivisitazione del titolo V della Costituzione, con l’eliminazione dei principali centri di costo irresponsabili quali sono le regioni.

È assurdo pensare che in uno stato moderno il diritto possa essere coniugato in maniera differente per adattarsi alle specificità territoriali. La salute, l’istruzione, l’ordine pubblico devono essere gli stessi dappertutto per tutti i cittadini. Il modello federalista costituisce una assurdità che deve essere superata per tentare di realizzare un equilibrio, eliminare le fratture storiche. Il Mezzogiorno deve diventare una opportunità, perché solo un Paese unito può diventare nuovamente un grande Paese che ha il giusto peso nel panorama internazionale.


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