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Mezzoeuro

Binario più rovinato che morto

di Oreste Parise

Mezzoeuro Anno XII num. 13 del 30/3/2013


Rende, 28/3/2013

Quarantacinque milioni di euro i debiti delle Ferrovie della Calabria

Una massa di denato enorme che difficilmente verrà onorata

557 imprese private e un centinaio di enti aspettano invano che siano pagate le "cambiali"

Ma chi ha provocato tutto questo? Quale logica politica ha generato un "mostro" del genere?

Ci sono voluti dodici anni e una istanza di fallimento per decidere cosa le Ferrovie Della Calabria sono destinate a fare da grande. Forse. Perché la situazione non è affatto chiara e definita, considerato che subito si è messo in moto la possente macchina protettrice degli interessi costituiti per impedire qualsiasi soluzione. Il caos assicura posizioni di sicuro vantaggio per chi da anni è abituato a pascersi nella sconfinata prateria del sottobosco politico calabrese.

Il caso del trasporto calabrese supera ogni immaginazione. Un solo dato è sufficiente a dare una dimensione del problema. La più povera regione italiana ha la più alta densità automobilistica privata. Senza un auto in Calabria non si va da nessuna parte, e ognuno deve avere la propria per non rischiare la paralisi dell'intero sistema.

Il secondo paradosso è proprio l'esistenza di una società a responsabilità limitata, di natura strettamente privatistica la più importante società di trasporto locale calabrese. Almeno si penserà che questo possa darci l'efficienza privatistica, l'ottimizzazione dei costi, un servizio più efficiente, un sistema di trasporto più razionale.

Niente di tutto questo. Intanto il capitale di questa società è interamente detenuto dallo Stato attraverso il Ministero dei Trasporti con capitale di dieci milioni di lire. Come società a socio unico, questi è illimitatamente responsabile delle sue obbligazioni. In altri termini, si tratta di una società interamente pubblica in quanto alle responsabilità e interamente privata nella sua gestione e nei rapporti contrattuali.

Un paradiso per i boiardi della politica, che hanno trovato in questa veste il vantaggio di una protezione pubblica e quello della massima discrezionalità fino al limite dell'arbitrio. Una vera pacchia per gli amministratori che si sono succeduti negli anni che sono stati tutti profumatamente remunerati per compensarli dei fallimenti gestionali che hanno accompagnato la vita della società.

Com'è ovvio si tratta di una situazione provvisoria, tanto che con DLGS n. 422 del 1997 sono state delegate alla Regione le funzioni di amministrazione e di programmazione in materia di trasporto pubblico locale. Ma non c'è fretta, tanto si sperpera bene anche così. E gli anni passano tra il giubilo e il tripudio degli amministratori che in questa transizione infinita non si lasciano certo intimorire e continuano ad accumulare debiti.

Fin quando interviene una istanza di fallimento, subito tamponata da una richiesta di ristrutturazione del debito societario ai sensi dell'art. 182Bis della legge fallimentare.

Nell'istanza viene precisato che la società svolge attività di trasporto pubblico locale in tutto il territorio della regione Calabria, nel cui ambito costituisce la più importante realtà di trasporto locale sia in termini di chilometri sia in termini di personale. “A tale riguardo occorre ricordare”, prosegue il ricorso, “ che attualmente la società occupa circa 800 dipendenti ed opera in tutte e cinque le province della regione mantenendo in esercizio linee ferroviarie, autolinee urbane, extraurbane, interregionali, impianti a fune e gestendo autostazioni e parcheggi presenziali”. Per inciso, si deve notare che il testo del ricorso è un copia-incolla della relazione dell'ultimo bilancio di esercizio. Si ricorda inoltre che “Le Ferrovie della Calabria detiene tuttora partecipazioni di maggioranza in Fersav srl, e Ferloc srl, società operanti nell'ambito regionale”.

Insieme partecipano al Consorzio Meridionale Trasporti (una scarl sempre di natura privatistica), nel quale sono consorziati i più importanti importanti concessionari del pubblici della regione ed alcune società private operanti nel settore al fine di usufruire della proroga degli affidamenti regionali. Insomma se qualcuno è alla ricerca di un responsabile dei disservizi del settore forse ha trovato il responsabile.

Per avere una idea dello squilibrio strutturale del sistema è sufficiente riportare qualche cifra desunti dall'ultimo bilancio disponibile: l'azienda incassato per “Ricavi del traffico” 4,8 milioni di euro nel 2011 (in calo rispetto ai 5,2 dell'anno prima) ed ha ricevuto contributi dalla Regione Calabria per 42,1 milioni (41,8 nel 2010). Sul fronte di costi l'azienda paga 40,8 milioni di spese del personale (44,2 l'anno precedente) e 19 milioni di costi vivi (per carburanti, manutenzioni, e cosi' via) senza considerare ammortamenti, svalutazioni e simili. Senza fare molte analisi sofisticate, in questo modo si crea uno squilibrio di 13,1 milioni del 2011 e 19,0 nel 2010. Con un po' di artifici contabili, la perdita si riduce di qualche poco, ma la sostanza non cambia. In questo non sono affatto conteggiati la quota annuale del trattamento di fine rapporto, il cui cumulo ha generato un'altra partita debitoria monstre.

Siamo di fronte a un vero e proprio disastro industriale, e in tutti questi anni nessuno ha avuto il tempo di predisporre un vero e proprio piano industriale per migliorare il servizio e produrre un aumento significativo dei ricavi.

La società ha avuto anche momenti di gloria, con faraonici piani di investimento che avrebbero dovuto migliorare l'efficienza dei servizi, ma l'unica cosa certa sono stati i lauti compensi degli amministratori e l'aborto dei piani da loro sponsorizzati. Una situazione di grande soddisfazione dei calabresi che sempre di più hanno dovuto fare affidamento sulle loro forze per soddisfare il loro bisogno di mobilità.

Per capire come si presenta la società dopo questa dissennatezza gestionale, seguiamo il ragionamento della memoria di accompagnamento alla richiesta di ristrutturazione debitoria.

La prima cosa che salta agli occhi è che da nessuna parte di fa riferimento a misure messe in atto o programmate per migliorare l'efficienza dei servizi ed aumentare i ricavi, poiché il grado di soddisfacimento dei viaggiatori non è proprio contemplato nell'orizzonte gestionale della società. Le preoccupazioni sono altre, debiti, crediti, personale, sindacati, amministratori, politici sono questi gli stakeholder, i protagonisti della vicenda.

Il perno di tutto è la Regione, che di fronte all'evidenza che i contributi previsti coprono soltanto il costo del personale (e non completamente perché, come detto, non viene mai menzionato il TFR, che spunta minaccioso all'improvviso quando ad esempio si immagina qualche forma di alleggerimento del personale), li eroga con molto ritardo e parzialmente, per cui si genera uno squilibrio finanziario, al quale l'azienda rimedia con onerosi anticipi bancari che non fanno altro che aumentare gli squilibri.

Secondo quanto calcolato dagli estensori della nota, il credito della società nei confronti della regione ammonta a circa 125 milioni di euro, che si traduce in posizione debitoria di 147 milioni verso banche, enti previdenziali, e fisco per complessivi 75 milioni e fornitori e dipendenti per quasi 50 milioni, il resto (27milioni circa) per TFR maturato non immediatamente esigibile da parte del personale.

Nell'asfittica economia calabrese cinquanta milioni immessi nel sistema sarebbero comunque una piccola boccata di ossigeno, molto utili in un momento così delicato come quello attuale.

In questo contesto drammatico che prelude ad un possibile disastro sociale, finalmente si arriva all'accordo tra la Regione Calabria e Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti per il trasferimento delle quote sociali delle Ferrovie della Calabria alla Regione Calabria, nel tripudio del Presidente della Regione Giuseppe Scopelliti e dell’Assessore regionale ai Trasporti Luigi Fedele, i quali hanno presentato l'accordo come di un grande successo della Calabria e dei calabresi.

Si tratta di un salasso a carico del bilancio pubblico, poiché il risanamento non è affatto indolore, ma prevede il trasferimento di venti milioni di euro del Ministero alla Regione Calabria, per la ricapitalizzazione della società e l'utilizzo di 65 milioni di fondi FAS, che dovrebbero essere destinati agli investimenti a copertura del pozzo di San Patrizio della società. Come era ovvio al momento della sottoscrizione, le somme sono assolutamente insufficienti a coprire la voragine finanziaria, ma occorrerà un ulteriore sforzo da parte delle casse regionali. A esultare è proprio il Ministero che si libera di una palla al piede che risultava di anno in anno sempre più pesante. Nessuno sembra interessarsi del fatto che in ogni caso tutto è comunque a carico del bilancio pubblico, Anzi è anche previsto, finalmente, la redazione di un piano industriale che non risolverà nulla, ma sarà una ottima occasione per distribuire prebende a professionisti amici, poiché tra il numeroso personale in dotazione dell'azienda non vi sono professionalità in grado di elaborare un piano.

“Stiamo investendo molte risorse in un comparto che riteniamo prioritario, l’acquisizione di Ferrovie della Calabria, sebbene sia piuttosto onerosa per la nostra amministrazione, che si accolla un fardello di quasi 100 milioni di euro di debiti contratti negli anni, serve a perseguire l’obiettivo di rilanciare l’azienda, offrendo una risposta in termini di mobilità ai cittadini calabresi e garantendo un futuro ai circa 900 dipendenti, oltre l’indotto”, dichiara il Presidente.

“La nostra volontà è rendere Ferrovie della Calabria più dinamica e competitiva sul mercato, e non un peso per le casse regionali”, ma per una decisione così importante e impegnativa a carico del bilancio regionale non viene quantificata alcuna previsione di spesa, né si fa alcun cenno alla ricerca delle responsabilità della governance e del management della società. Rimane anche irrisolta la questione della natura giuridica della società, in sospeso tra il pubblico e il privato.

Né la questione finisce qui, perché. alcuni consorzi calabresi tra cui l'Anav, hanno presentato ricorso al Tar contro l'accordo, poiché ritengono che l'azienda debba essere privatizzata con la cessione a soci privati delle quote. Una posizione che ha incontrato la dura opposizione delle rappresentanze sindacali, preoccupati che una privatizzazione vera possa interrompere il circolo virtuoso dei favori e delle sacche di privilegio.

Ancora una volta gli unici che vengono completamente dimenticati sono i calabresi che devono per un miglioramento dei servizi dovranno aspettare il prossimo millennio, perché quello dei trasporti locali appare un rebus irresolubile.


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