OP

Mezzoeuro

Simone degli Alimena, amico e benefattore di San Francesco di Paola

di Oreste Parise

Mezzoeuro Anno XII num. 15 del 13/4/2013


Rende, 10/4/2013


Fu uno dei benefattori di San Francesco di Paola

Della vita di Simone degli Alimena si sa molto poco. Dice di lui Gregorio Montilli in uno strano libro del 1685 (Ricerco del niente e del tutto: diviso in tre instruttioni, pag. 402):

“De nobili ac venerabili Simone de Alimena brutiense, qui dum vixit magnus ælemosinarius fuit ex quo Deus per eum mirabilia est operatus, ut in epistolis D. Francisci de Paula legitur.” Il Santo lo chiama “Domine Simon frater mi in Christo, & socie charissime”.

Questa è di fatti l'unica notizia certa che abbiamo di lui. Nella citazione viene definito “venerabile”, un riconoscimento che può essere attribuito solo da Papa, dopo una istruttoria avviata dal vescovo della Diocesi, che in precedenza lo aveva riconosciuto “Servo di Dio”.

Pietro Antonio Tornamira nella sua opera su San Benedetto, lo cita come Beato, ricordando come il Santo Paolano fosse “gran protettore della Famiglia Alimena (per haverli somministrato rilevanti aiuti il Beato Simone Alimena, nel principio della fondatione di questo sacro Ordine)”. Del processo di beatificazione non è stata trovata traccia, né viene qualificato come beato in tutte le altre citazioni successive.

Simone nacque da Guglielmo e Lucifera Todesco il 2 aprile 1417 (ma non si conosce la data della morte) ed era dunque coetaneo di San Francesco. La vita di Simone è intrecciata con quella del Santo, tanto che si sospetta che la data di nascita sia stata alterata dai suoi familiari per farla coincidere con l'anniversario della morte di San Francesco.

Il Santo era nato, infatti, il 27 marzo 1416 e morto a Tours il 2 aprile 1507, all'età di 91 anni.

Scrive il Giuseppe Maria Perrimezzi che per i numerosi gesti di generosità, il Santo paolano mostrò grande gratitudine “in verso del principale benefattore di lui, e della religione da lui fondata. Fu questi Simone di Alimena, di cui in altro luogo di questa storia si è fatta più largamente parola. Nei più urgenti bisogni, ne' quali trovossi Francesco, nella fabbrica del primo Monastero dell'Ordine si vide sempre presentaneo il soccorso che gli spediva Simone di Montalto, ove facea egli soggiorno. Anzi, portandosi anche lungi dalla sua patria il pio Signore, non dimenticossi di Francesco; al quale volle Iddio, che puranche con miracolosi avvenimenti ne pervenisse l'aiuto, così opportuno, come desiderato”.

Intorno al 1450 avviene il primo miracolo operato da San Francesco in cui appare la figura di Simone degli Alimena. L'episodio è narrato con con grande vivezza dal Perrimezzi (Vita di San Francesco, vol. I, pag. 42).

“Incrudeliva il flagello di una gran penuria in Paola, anzi in tutta la Calabria, … L'ordinario ministro, di cui servivasi Iddio per provvedere alle necessità di Francesco nelle sue fabbriche, fu certamente Simone dell'Alimena. Era questi nobile della città di Montalto, uomo che alla chiarezza del suo sangue ebbe congiunta la bontà dei suoi costumi. Così parziale amico fu di Francesco, che in qualunque luogo egli si ritrovasse, o per ragion di governi, o per altri suoi domestici affari, non lasciò mai di ricordarsi di lui, e di soccorrere con larghe e continue limosine i suoi figliuoli. Fra le altre cose, che furon moltissime, mandogli in una volta Simone diciotto ducati d'oro, due some di pane, altre tre di legumi, noci e castagne: e perché gli arrivassero sicure, vi spedì per accompagnarle due servidori di casa. Quando eglino furono nella cima della montagna, da cinque ladri albanesi si videro all'improvviso assaliti, i quali legati i conduttori appiè degli alberi, tosto su quelle robe si diedero a far banchetto.

Ma che? Fu impossibile ed al coltello, ed al dente il poter rompere quel pane, ancorché fresco egli fosse. Allora da quel miracolo prese motivo uno di quei servi per far conoscere al ladro, che Iddio sa vendicare gli oltraggi che son fatti ai suoi amici. Ma l'ostinato assassino se gli avventò con una ronca per ucciderlo; nell'atto però di ferirlo, il colpo diede in un faggio, il quale cadendo sopra i cinque, quattro ne uccise, ed al quinto franse una gamba. Questi in fine fu condotto dal Governatore, che si trovò per accidente a passare per quel luogo, per giustiziarlo in Montalto; e fu comandato dal medesimo, che in quello stesso luogo i quattro estinti si lasciassero sospesi ad un tronco. I due servi furon posti in libertà, e portaronsi posto a Francesco a presentarli sussidio di limosine, ed a far racconto di maraviglie”.

Tutto l'episodio è costruito sul carattere miracolistico degli eventi: il pane che “si rifiuta” di farsi mangiare, diventando nuovamente fragrante e commestibile subito dopo la liberazione dei servi, il colpo di roncola che abbatte di netto un albero che cadendo uccide quattro persone ferendo il quinto, una circostanza molto eccezionale considerato che una roncola poteva al più provocare la caduta di un innocuo alberello. Per dei soldati provetti, addestrati e abituati a combattere, si tratta di un episodio da comica finale. Inconsueta e provvidenziale anche la presenza del Governatore che condanna a morte il bandito superstite e all'esposizione al pubblico ludibrio delle salme degli altri malcapitati e maldestri ladri. La barbara usanza serviva come pubblico esempio al fine di scoraggiare i delinquenti.

Secondo Francesco Tajani6 l'episodio testimonia della presenza di nuclei di albanesi qualche decennio prima del grande esodo che si ebbe dopo la morte di Scanderbeg e la caduta di Cruja.

Infatti, il loro insediamento nella Valle del Crati avvenne una ventina di anno dopo, tra gli anni 1476-78, come attestano le fonti (e lo stesso Tajani).

Il Perrimezzi narra un altro episodio miracolistico riferito a Simone.

“Era Simone lungi dalla Calabria, e Francesco non isperimentando i consueti affetti di sua carità disse un dì a' suoi religiosi: ben si conosce che il nostro Signore non è presso a noi, dacchè molto scarse vengono a nostra casa le limosine. In ciò dire, videsi volare sul tetto della Chiesa una gazza, la quale poi ch'ebbe fatti alcuni trilli sonori, lasciò cadere dalle sue unghie ai piedi di Francesco una borsa, che racchiudea cinquanta ducati d'oro, con una lettera, scritta in quel punto stesso, in cui Francesco avea parlato di Simone, da cui il dono veniva mandato. Simil quantità di moneta portogli altro suo servo, il quale caduto puranche in mano di assassini, tosto sen vide libero, all'improvviso strepito che si sentì di vicina cavalleria, la quale da lui non fu di poi mai più veduto, o pur sentita. Altro suo servo gli conduceva quattro some cariche di pane, noci e castagne; e questi pure s'incontrò ne' ladri. Ma Iddio fece restare impietriti quegli assassini nell'atto che voleva legarlo; e perché ripigliassero moto, fu bisogno che al servo si raccomandassero, il quale ne ottenne loro da Dio la libertà bramata”.

Lo stesso Simone viene accreditato di potere taumaturgico, tanto da non apparire inverosimile la sua dichiarazione di Beato, pur non essendo stato trovato, al momento, alcuna documentazione al riguardo.

Di lui si ricordano solo episodi, riportati in seguito, relativi alla sua attività pubblica.

Scrive Domenico Martire (testo riportato da Carlo Nardi). “A vagliare, sia pur sommariamente, le notizie che abbiamo di Simone quale guaritore d'infermi, risuscitatore di morti, riprenditore di falsi monetari, punitore di ladri, possiamo dire che la figura di lui, più aderente alla realtà, ci sembra quella tracciata dal Martire che anche lui non risparmia. Usava anche Simone la sua carità con le Chiese, provvedendole di vino per le Messe e di olio per le lampade, con farci delle altre spese. Dava anche agli ebrei di Montalto delle limosine, compatendoli come prossimo che sono … Sovveniva anche Simone a' Religiosi di Montalto coi quali teneva spesso prattica e due volte la settimana vi andava a pranzo, portando Simone ogni cosa di casa, anche il sale: li regalava, li provvedeva d'olio, cera, vestire, senza mancar loro nelle altre occorrenze”.

Secondo lo stesso Domenico Martire, Simone Alimena era anche molto apprezzato e conosciuto alla Corte Napoletana e Ferrante I, lo nominò Vicerè delle Puglie, e dopo qualche anno Reggente della Vicaria.

Due sono gli episodi relativi alla sua attività politica riferiti da Carlo Nardi.

Il primo è una vicenda un po' boccaccesca. “Un prete, innamoratosi di una donna, ne aveva pugnalato il marito, Simone lo perseguì fin nel Castello di Polignano, ove lo scovò con l'amante sotto una gran botte, in cui era stato dell'olio. La mattina seguente fe' pubblicamente frustare la donna per la detta città di Polignano: e poscia fattala insieme coll'adultero menar nella città di Bari, fu nuovamente frustata col prete, e lui poi murato, e la donna colle debite cautele” restituita al marito”.

L'altro episodio è relativo al periodo in cui egli era Rettore della Vicaria, che dimostra la sua rettitudine e intransingenza anche nei confronti dei potenti.

“Durante tale carica non risparmiò neanche un favorito del Re, che avrebbe fatto impiccare in mezzo ad altri otto innanzi al Palazzo della Vicaria, per certe sconce malefatte”.

Della lunga relazione epistolare tra San Francesco e Simone restano una sessantina di lettere, di molte delle quali ne viene contestata l'autenticità da Daniel Papebroch.

Non così il Perrimezzi che scrive: “Or che non fece, che non disse, il gratissimo uomo verso di un tanto suo piissimo e gentilissimo benefattore? Egli con ampiissime lettere ne lasciò registrata per tutti i secoli avvenire la pietosa munificenza; con continue orazioni ne rimunerò da Dio la istanchevole carità; con gloriosi elogii ne magnificò la mirabile assistenza; ora chiamandolo suo fratello, ora padre di tutti i suoi, or tesoriere dello Spirito Santo; ed infine, co' poveri siì, ma sinceri suoi doni, consistenti in erbe del suo giardino, in frutta del suo orto, per quanto le sue scarse forze gliel permettevano, procurò corrisponderne i benefizii, e riconoscere il benefattore”.

Secondo quanto riportato da Carlo Calà (Historia de' Svevi), “in più lettere da lui scritte a Simone d'Alimena di Mont'Alto, suo grand'amico, e comprovinciale, annunciandoli ch'uno descendente del suo sangue, saria stato Fondatore, e Rettore della Congregatione de i Santi Crocesignati, ch'haveriano combattuto per l'augmento della nostra fede, & estinto la setta Maomettana, e tutti gl'heretici e tiranni, con fondar la Signoria Universale, & ridurre tutto 'l mondo al vero conoscimento, & obedienza della Chiesa Cattolica, con l'unus Pastor, et unum ovile, di sopra detto; così lo scrive S. Francesco nell'epistola prima, dicendo: “Santa generatio vestra erit admirationi omni terrae, & descendet unus ex ea, qui futurus est quasi sol inter sydera”, & appresso: “Erit Magnus Princeps, & Rector Congregationis sanctarum Gentium”, etc.

Nel 1453 i Turchi entrano in Costantinopoli e finisce il millenario Impero Romano d'Oriente, un episodio che impressionò moltissimo il Santo paolano, il quale nelle sue lettere si sofferma spesso sul pericolo dei musulmani, che bisognava sconfiggere per far trionfare la vera religione.

E nell'epistola sesta:”De tua stirpe descendet Fundator huius Sanctae Congregationis sanctarum gentium; Sed quando haec erunt? Quando erunt Cruces signis, & videbitur super vexillum Crucifixus”; e più appresso: “Iam appropinquat magna visitatio cum reformatione totius Universi, & erit unum ovile, & unus Pastor”.

L'istesso dice nell'Epistola 9, “Vos Destruetis sectam Maumecticam, vos finem imponetis omni infidelitati, haeresum, et aliarum sectarum Universi, et de omnibus victoriam obtinebitis”.

E poco dipoi: “Domine Simon frater mi in Christo, & socie charissime. Laetetur anima tua quod magnus Deus dignatur per unum de stirpe tua descendentem, & per filium meum benedictum dare mundo unam tam sanctam Religionem, qua erit omnium ultima, & magis a diurna maiestate dilecta: Victor, victor, vocabitur eius Fundator”; et lo conferma scrivendone largamente nell'Epistola 11.

“Venies post te unus de stirpe tua, sicut multoties per cartam notificavi, & prophetizavi tibi, ut facerem voluntatem Altissimi: Erit Magnus Fundator novae religionis, & extinguet maledictam Sectam Maumecticam, omnes haereticos & omnes tirannos mundi tollet a medio: & quidquid est in mundo temporale, & spirituale vi armorum obtinebis,& erit unum ovile, unus Pastor”. (Carlo Cala, pag. 179).

Il carattere enfatico di tale lettere, e le divinazioni sul ruolo degli Alimena per la sconfitta dei maomettani sono tra gli argomenti addotti da Papebroch per mettere in dubbio la veridicità di queste lettere, perché contrarie allo spirito del Santo e alla natura delle sue predicazioni.


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