OP

Mezzoeuro

Re Marcone, e la Repubblica calabrese

di Oreste Parise

Mezzoeuro Anno XII num. 23 dell'8/6/2013


Rende, 5/6/2013


Re della Sila, combatté gli spagnoli e l'Inquisizione

Per circa un anno aveva costituito una sorta di repubblica nell'altopiano della Sila. Fu tradito dal suo migliore amico, e pur di non consegnarsi agli aguzzini preferì la dolce morte per veleno insieme alla sua fedele compagna Giuditta.

Se si dovesse scegliere un personaggio emblematico per rappresentare il brigante calabrese, eroico, buono, generoso, innamorato e temerario, la figura di Marco Berardi sarebbe un candidato obbligato. Re della montagna, difensore dei poveri, degli eretici, degli umili sempre vincitore sui suoi nemici, sconfitto alla fine solo dall'ipocondria, dalla delusione del tradimento del suo migliore amico, dalla ingordigia dei numerosi headhunter (cacciatori di taglie) attratti dalla ricca taglia posta sul suo capo dal viceré spagnolo piuttosto che dai suoi ideali di giustizia e libertà. Sognava una repubblica libera dagli spagnoli e dagli ecclesiastici e piuttosto che arrendersi e consegnarsi ad una legge ingiusta e crudele preferì una morte amica, avvelenandosi insieme alla sua fedele compagna.

Marco e Giuditta muoiono così stretti l'uno all'altro in un abbraccio che suggella il loro amore che li ha legati negli ideali e negli affetti. La loro storia, come tutte le più belle storie d'amore, è avvolta nel fascino della leggenda, confonde realtà e fantasia. Solo la damnatio memoriæ ha potuto oscurare il fascino di una figura che avrebbe potuto rappresentare un serio pericolo più da morto che da vivo e per questo si è tentato in tutti i modi di ridurlo a un povero diavolo con qualche confusa idea di giustizia sociale.

Ecco, ad esempio, come viene descritto da Camillo Minieri Riccio:

Marco Berardi detto comunemente re Marcone, nacque in un casale di Cosenza e fu famoso capo di banditi. Sotto i suoi ordini avea una masnada di 1500 de' più eletti e temerari assassini e con quelli volle tentare l'acquisto della città di Cotrone. Il duca di Alcalà viceré del reame di Napoli gli spedì contro forte esercito di spagnuoli che fu miseramente massacrato e que' pochi poterono salvare la vita furono presi e venduti a' corsari. Alla fine un nuovo esercito di 2000 fanti e 600 cavalli disperse quell'orda di assassini.

Quello che appare incomprensibile è il motivo che ha indotto Camillo Minieri Riccio a includere Marco Berardi tra gli "scrittori" del Regno di Napoli, che aveva solo scritto con il sangue la poesia della sua vita avventurosa.

Il macabro rituale che fu inscenato per mostrare il trofeo del suo cadavere voleva distruggere il mito con lo scherno e il dileggio delle sue spoglie. Ne hanno riferito Davide Andreotti, Luigi Accattatis, Nicola Misasi, Gustavo Valente, e tanti altri, che forniscono tutti una versione dei fatti molto simile salvo per qualche particolare di minor rilievo.

Nel racconto di Mario Borretti, quando i cadaveri dei due amanti furono ritrovati nella grotta dove si erano tolti la vita, Marco fu "rivestito di grotteschi paludamenti e con una corona di cartone in testa, fu condotto su di un asino in lugubre inefficace spettacolo per le strade di Cosenza, e deposto quindi, con un cartiglio sul petto ed un cerchio di ferro in testa, nel sepolcreto dell'arciconfraternita di S. Caterina dentro la chiesa di S. Francesco d'Assisi".

Davide Andreotti aggiunge che a perenne memoria della sorte riservata a coloro che osano sfidare il potere regio e quello ecclesiastico egli fu tumulato con la corona di ferro in testa e una pergamena sul petto con la scritta "Marco re de' Monti" e tra le mani gli fu posto un bastone come uno scettro beffardo, come aggiunge Nicola Misasi.

Come in tutte le leggende che si rispettino, anche nel caso di Re Marcone, come era stato chiamato, gran parte della sua epopea è avvolta nella nebbia e le notizie sono contraddittorie. Nulla si sa della sua infanzia se non che i suoi genitori fossero di Mangone, un paese presilano che si erano trasferiti a San Sisto (oggi detto dei Valdesi) dove possedevano un podere.

Non è certo se Marco sia nato nell'una o nell'altra località, ma trascorse la sua infanzia tra i valdesi, imparando il provenzale e rimanendo affascinato dalla natura gentile di quei ultramontani trapiantati nel cuore della Calabria che avevano mantenuto nei secoli i loro costumi e un cuore gentile.

Secondo la ricostruzione di Antonio Perrotta9, la vicenda personale di Marco Berardi è strettamente legata all'eccidio dei valdesi avvenuto nel 1561, quando migliaia di loro furono trucidati barbaramente e il villaggio di San Sisto dato alle fiamme per cancellare ogni loro traccia.10

"Nacque da onesti e laboriosi contadini provenienti da Mangone, vicino Cosenza, abitò nella località Berarda e frequentò con piacere le persone di San Sisto, nonostante parlassero una lingua diversa dalla sua e professassero la religione evangelica", scrive Perrotta.

Secondo Gustavo Valente "praticando in quel mondo severo e diverso, a contatto con gente discreta che parlava un linguaggio per tanti versi seducente per un giovane, si era, forse, aperto alla religione valdese".

Era ancora un bambino quando nel 1545 si apriva il Concilio di Trento, dove si discuteva animatamente sulle azioni da intraprendere per combattere le tesi eretiche di Martin Lutero, e in che modo controbattere le tesi eretiche. Si decise per una risposta sul piano dogmatico, e una dura condanna di tutte le chiese che non riconoscevano il primato del Papa Romano. Per tale scopo si istituì il Tribunale della Santa Inquisizione che doveva giudicare, condannare e curare l'esecuzione delle condanne inflitte agli eretici. Il Concilio sarebbe terminato nel 1563, ma il Tribunale entrò immediatamente in azione, e i valdesi di Calabria fu uno dei primi e terribili esempi dei suoi metodi e della loro crudele efficacia.

Nel 1532 i valdesi avevano organizzato un sinodo a Chanforan, per aderire alla Riforma protestante calvinista e furono per primi ad essere perseguitati. Come racconta Voltaire11, nel 1544 gli abitanti di Mérindol e di Cabrières "furono sgozzati come degli animali in fuga, che si spingono in un recinto e si uccidono". Accettarono il loro destino e non si difesero.

Fu deciso di creare dei pastori (da loro chiamati Barba) che dovevano organizzare e diffondere il culto nelle colonie valdesi in Calabria, e furono mandati i barba piemontesi Stefano Negrin e Giacomo Bonelli. Successivamente - nel 1560 - fu mandato Gian Luigi Pascale, un uomo molto colto e pio per evangelizzare i paesi abitati dai valdesi. La diffusione del movimento evangelico destò preoccupazione e timori nella curia romana per la paura che essa potesse diffondersi in tutto il Meridione. Servendosi delle informazioni ricevute da alcuni delatori come fra Giovanni da Fiumefreddo, l'inquisitore Michele Ghisleri (in seguito diventato papa Pio V), decise di intervenire imponendo un lungo elenco di prescrizioni ai valdesi: obbligo di abiura, divieto di matrimonio tra loro per 25 anni, demolizione delle proprie chiese, obbligo di indossare l'abitello giallo per essere riconosciuti come eretici, di frequentare le cerimonie religiose e numerose altre di natura più strettamente politica come divieto di riunione, dell'uso del provenzale che avevano lo scopo di annientare la loro identità e cancellare la memoria del loro peccato.

Si instaurò un clima di dura repressione di tutti i comportamenti ribelli tanto da provocare una rivolta che assunse un carattere di sommossa a San Sisto, che aveva trovato anche un capo:

Molti miscredenti imbevuti della dottrina di Calvino turbavano lo Stato, e i fuorusciti unitesi a truppe aveano fatto loro capo un cosentino chiamato Marco Berardi, che fattosi chiamare Re Marcone, si usurpò tra' suoi le Regie insigne, e la Real Podestà. Il Duca d'Alcalà diede a tutte queste cose opportuni e savj ripari.

Lo stesso è confermato da A. Perrotta secondo il quale gli abitanti "si ribellarono alle imposizioni dell'Inquisizione e che uccisero, persuasi e diretti da Marco Berardi, il Governatore di Montalto, lo spagnolo Barone de Castagnedo".

Fu proprio l'amore per Giuditta e porsi a capo della rivolta, nella quale egli mostrò delle indiscusse capacità militari e organizzative. Era poco più che ventenne, se si accetta l'ipotesi che fosse nato nel 1538, come afferma Antonio Perrotta. La risposta della Regia Corte, e del Tribunale della Santa Inquisizione fu immediata e terribile, poiché si decise di estirpare definitivamente la razza degli eretici, un genocidio programmato e attuato con una ferocia inaudita.

Marco Berardi fu catturato e rinchiuso nelle carceri di Cosenza, in attesa di una esecuzione esemplare, ma riuscì a liberarsi e ritornare tra gli insorti organizzandoli e ponendosi a capo dei ribelli. Fu nuovamente catturato e sottoposto a duri interrogatori nelle Carceri arcivescovili di Cosenza, ma non fu giustiziato perché non era valdese e si voleva dimostrare che il tribunale sapeva essere clemente con quanti decidevano di diventare di buoni cristiani.

Ben presto, li indagatori vennero a sapere degli ideali di questo popolo, dell'attaccamento alla sua terra e lo sottoposero a lunghi ed estenuanti colloqui; infine, lo condussero nelle carceri Arcivescovili di Cosenza, ma non fu giustiziato perché italiano, e perché, fiduciosi di un suo cambiamento nei confronti dei valdesi.

"Fu imprigionato: tenne duro a' propri convincimenti: fu torturato e designato ad esser arso vivo nella maggior piazza di Cosenza, ma, riuscito a spezzar i cancelli delle prigioni arcivescovili cacciassi ne' prossimi boschi della Sila".

Gli abitanti di San Sisto rafforzati da giovani provenienti dalla colonie valdesi, e da molti altri paesi formavano un vero e proprio esercito, forte di migliaia di uomini, ma mancava un vero capo, e l'assenza forzata di Marco Berardi, l'unico che aveva la capacità e il carisma di organizzare e guidare questa moltitudine priva di esperienza militare e di armi. Rimasero inermi di fronte alle truppe regie, e cercarono di fare affidamento nella pietà e comprensione dell'Inquisitore Malavicino, che seppe solo rispondere con una efferatezza che quanto raccontato da Voltaire al confronto sembra una scena idilliaca.

Appena fuori dalla prigione, Berardi, con intenti battaglieri, si recò nei pressi di San Sisto dove raggruppò circa ottocento valdesi che divennero, in breve, molti di più (intorno a 1500) perché si aggregarono volontari di Cosenza, dei paesi della presila cosentina e giovani valdesi di Guardia.16

Furono tutti catturati e macellati nella piazza di Montalto.17 A questo fece seguito una vera e propria crociata contro i valdesi, con migliaia di morti, e a maggior terrore e spavento per la popolazione

... si è dato ordine e già son qui le carra, et tutti si squarteranno e si metteranno di mano in mano per tutta la strada che fa il procaccio fino ai confini della Calabria ...

uno spettacolo che non si era mai più visto dai tempi della rivolta di Spartaco nel 71 a.C., quando Crasso fece crocifiggere nudi tutti i prigionieri, lungo la via Appia da Capua a Roma.

Marco Berardi riuscì fuggire a questo macello insieme con la sua amata e fidata Giuditta, e si rifugiò nei monti della Sila. La fama della sua audacia e delle sue capacità fece accorrere numerosa gente da tutte le parti della Calabria, disgustati dalla ferocia della repressione e dai soprusi, abusi e vessazioni che erano costretti a subire. Si trattò di una vera e propria rivolta popolare che aveva trovato in Marco Berardi il suo condottiero.

Gli uomini accorreva a migliaia, ma mancavano le armi e il tempo per organizzare un vero e proprio esercito. Scrive Davide Andreotti:

" ... si mise bentosto non alla testa d'una compagnia, d'una banda; ma d'un intero esercito; d'un esercito forte di più che mille e cinquecento uomini; gente risoluta a tentar tutto, nulla a non omettere purché gli Spagnoli dalla Provincia si cacciassero, ed il tribunale (della Inquisizione) di Cosenza si potesse abbattere ..."

Leonida Repaci ne dà una vivida rappresentazione, mettendo in risalto il carattere politico che aveva assunto il movimento di Berardi.

Scoppiò nella metà del Cinquecento, contro la Spagna, la rivolta contadina prende il nome da Marco Berardi. Gridato Re da una moltitudine armata; vittorioso sotto le mura di Crotone: scomunicato dal papa; minacciato di un'enorme taglia dal Duca di Alcalà: Re Marco della Sila, famoso a suo tempo in tutta Europa come quattro secoli più tardi Giuliano, finisce la sua vita senza ferite sul corpo, spento forse dalla malinconia, abbracciato alla sua diletta Giuditta che divide il suo destino.

Le gesta di Marco Berardi ebbero larga eco e sono state riportare dai più importanti storici del suo tempo, che cercarono anche di analizzare le ragioni del suo successo presso una parte consistente della popolazione. La potenza spagnola, la più grande della sua epoca non poteva certo permettersi di subire una sconfitta da un misero contadino, poiché questo avrebbe avuto una ricaduta enorme di immagine sull'intera Europa e quindi iniziò una lotta senza quartiere al "brigante" Berardi, il quale era quanto mai accanito e ostinato per i soprusi e le angherie che venivano imposti alla povere gente.

La vicenda dei valdesi aveva lasciato una traccia indelebile nella sua vita, un ricordo perennemente rinnovato dalla presenza della sua Giuditta che lo seguì sempre fedelmente, non distaccandosi mai da lui. Nella sua visione del mondo i due mali assoluti erano rappresentati dagli spagnoli, che imponevano condizione fiscali insopportabili ai poveri, e gli ecclesiastici, che tormentavano e torturavano la popolazione in nome di Dio. Il suo obiettivo era quello di liberare la Calabria dagli spagnoli insieme al Tribunale dell'Inquisizione. Molto lucido nell'analisi dei principali mali che affliggevano la regione, dotato di un carisma naturale, e di capacità organizzativa gli mancò un disegno strategico, una visione politica e non fu in grado di organizzare il vasto territorio che riusciva a tenere sotto il suo controllo.

Ecco il racconto dello storico Alesio De Sariis:

"Narra il presidente Tuano nelle sue dotte Istorie, che l'audacia di costui crebbe tanto, che fattosi chiamare Re Marcone, s'usurpò tra ' suoi le Regie insegne, e la Regal potestà, ed avea già raccolto un competente esercito, con cui depredando i paesi contorni, di latrocinj e di prede alimentava le sue genti. Il Duca d'Alcalà veggendo, che i soliti rimedj contro tanta moltitudine niente valevano, diede il pensiero a Fabrizio Pignatelli marchese di Cerchiara preside di quella provincia, che con 600 cavalli loro andasse sopra per estirpargli, e bisognò valersi di milizie regolate per combattergli; ne ciò bastando ad intieramente disfargli, fu d'uopo con stratagemmi andargli estinguendo,siccome felicemente gli avvenne: nel che vi conferì anche l'opera del Pontefice Pio IV, il quale ordinò, che inseguiti, se mai ponessero piede nello Stato Ecclesiastico, fossero presi, e dat'in potere de' Ministri Regj. Ma sopra tutto ebbe egli a combattere con gli Ecclesiastici,e con li Ministri della Corte di Roma, i quali con istravagantissime pretensioni tentavano far delle perniziose intraprese sopra la potestà temporale del Re, ed offendere in mille modi le sue più alte e supreme regalie, che saremo a narrare".

Nel 1562, Berardi era riuscito a impossessarsi di tutti i paesi della presila e voleva occupare Crotone (o Cotrone, come veniva chiamata allora), per farne la capitale della Repubblica calabrese. I suoi uomini liberarono tutti i paesi della presila dal dominio spagnolo e l'anno successivo, tentarono di impossessarsi anche di Crotone che, secondo Berardi, sarebbe potuta diventare, per la posizione centrale nella regione, la Capitale, della Repubblica Calabrese.

"... di li a poco gli insorti calatisi dalle rupi e dai monti cacciaronsi fin sotto le mura di quella storica città, la cinsero d'assedio e l'avrebbero presa se il viceré, meravigliato per sì audace assalto non avesse mandato contro gli assalitori 3080 fanti e 600 cavalieri sotto gli ordini di Fabrizio Pignatelli, marchese di Cerchiara.

Marco Berardi non fu mai sconfitto in battaglia, e i suoi uomini gli furono sempre fedeli, nonostante la scomunica minacciata a chiunque collaborasse con lui, e gli ingenti eserciti mandatagli dal viceré spagnolo.

Ma il viceré spagnolo usò qualsiasi mezzo lecito e illecito per sbarazzarsi di questa figura imbarazzante, che metteva a repentaglio il suo potere. Taglie sul suo capo e su quello dei suoi uomini, maldicenze e falsi racconti di atrocità commesse, calunnie e cronache infamanti, scomuniche e rappresaglie nei confronti di suoi amici e parenti.

Marcone aveva risposto con la stessa moneta imponendo una taglia di 2.000 ducati sul feudatario Marino Caracciolo, marchese di Bucchianico, e di 10 ducati su ogni soldato spagnolo, ma alla fine gli tolsero il terreno da sotto i piedi.

Trovarono solo nel suo miglior amico, Tommaso, il cavallo di Troia per distruggerlo. Lo catturarono e torturarono fino a farlo cedere. In cambio della vita e di una consistente somma di denaro si impegnò a uccidere Marco.

Quando si incontrarono corse incontro al suo amico per abbracciarlo, mentre questi lo accoglieva con un coltello pronto ad ucciderlo. Nella furibonda lotta che ne seguì è Tommaso a rimanere morto sul terreno.

" ... Un Tommaso suo compagno ch'egli sapea prigioniero a Cosenza e che il raggiunse nella grotta ove s'era internato, dagli speranza, che il suo partito potesse risorgere. Egli corre ad abbracciare Tommaso; ma Tommaso, comprato dall'Inquisizione cerca di scannarlo. Si ingaggia una lotta terribile fra' due; Tommaso cade spento sul suolo e Marco allontanatone il cadavere col piede, forma il definitivo progetto di finir di fame una vita che egli era ormai d'un peso insostenibile ... Narra la cronica del Frugali, che Marco non ebbe modo a far sì che Giuditta lo avesse abbandonato al proprio destino ..."

Ancora una volta è libero, può ancora combattere ma ha perso ogni speranza di poter vincere, di poter liberare la sua terra dagli odiati nemici e viene presa da una malinconia infinita, da un senso di stanchezza e di noia. Ormai era braccato, attorniato da approfittatori e traditori, in molti lo abbandonavano poiché avevano perso ogni speranza di vittoria. In tanti cedettero alle promesse del Tribunale dell'Inquisizione, ma non riuscirono ad evitare torture e supplizi.

Anche quelli che avevano ceduto all'appello della Santa Inquisizione e del Governo furono ingannati tant'è che finirono miseramente la loro vita fra le torture e il patibolo.

Chiese a Giuditta di ucciderlo per evitargli la vergogna di essere catturato e l'umiliazione del processo, la violenza della tortura che gli avrebbero inflitto.

Era il 1563, Marco aveva circa 25 anni. Di Giuditta non si sa nulla, ma era una giovane come lui che aveva inseguito il sogno di libertà fino alla morte. Decisero di morire insieme, avvinghiati l'uno all'altro, portandosi dietro l'unica cosa preziosa che avevano mai posseduto: il loro amore.

Per secoli il suo nome continuò a popolare le foreste della Sila, a risuonare nelle canzoni dei menestrelli, nelle poesie degli improvvisati poeti, nei racconti al focolare.

Tira, nimicu miu, tira la pinna
Fuorsi ca esci a morti la cunnanna,
Tu tieni carta, calamaru e pinna,
Ed iu purveri e palli a miu cumannu.

Tu si lu vicere de chistu regnu,
Ed io sugnu lu rre de la campagna,
Tannu, nimicu miu, tannu mi riennu,
Quannu la capa mia gira a la 'ntinna.


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