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Mezzoeuro

La Banca d'Italia bancomat delle banche

di Oreste Parise

Mezzoeuro Anno XIII num. 2 del 11/1/2014


Rende, 10/1/2014


Prossima la conversione del decreto

Con la conversione del decreto l'ex istituto di emissione dismette i panni pubblici e diventa un soggetto completamente privato, in mano alle banche. Salta completamente l'equilibrio creato nel 1936. Lo Stato dopo aver ceduto la sovranità monetaria alla BCE, regala i profitti alle banche. Un affare che vale una mezza finanziaria ogni anno. O forse no ...

"Questo Decreto Legge rasenta la follia! Noi vogliamo la Banca d'Italia pubblica e indipendente, il Governo la vuole svendere a quotisti esteri e poteri forti." Questo è quanto ha dichiarato il cittadino Francesco Molinari senatore pentastellato. Sembra una dichiarazione sopra le righe, seguendo la moda di voler a tutti i costi enfatizzare gli argomenti di cui ciascuno si occupa. A ben guardare, tuttavia, non solo appare appropriata, ma addirittura riduttiva.

Il provvedimento di cui si parla è quello della privatizzazione della Banca d'Italia con la rivalutazione delle quote di capitale detenute dai grandi gruppi bancari e altri soggetti.

Quello della Banca d'Italia è un vero e proprio scandalo, molto maggiore del polverone degli affitti d'oro. Quando la polvere si è diradata, si è scoperto, tuttavia, che anche in quel caso dietro un apparente tecnicismo si nascondeva un vero e proprio scandalo. L'opera pia "Volemose bene" sempre in funzione in questi casi vuole che il problema sia risolto con qualche piccolo comma nascosto tra le pieghi di questi provvedimenti monstre, che contengono tutto e il contrario di tutto.

I pentastellati peccano di un po' di improvvisazione e qualche approssimazione più che giustificata dall'ardore giovanile e dalla mancanza di familiarità con i trucchi e i trucchetti della politica. Quello che appare sempre più evidente che peggio della politica c'è la burocrazia, o sarebbe meglio dire l'alta burocrazia, costituita dai grandi magnager pubblici, il cui impatto sulla spesa pubblica è devastante non tanto per i lauti compensi non giustificati dal contributo che danno alla gestione del sistema, ma per la strenua difesa di tutti i privilegi che si annidano tra i codici e codicilli creati da loro stessi per mettersi al riparo da qualsiasi sorpresa. Il Parlamento, infatti, riesce appena a ad occuparsi di qualche problema marginale, ma la stragrande maggioranza delle bizzarrie legislative hanno origine burocratica e hanno la chiara finalità di proteggere il consolidato sistema di furto aggravato e continuato ai danni della collettività con trucchi degni di Diabolik.

Il primo elemento di scandalo della Banca d'Italia è quello di aver voluto prendere il gatto per la coda, occupandosi di un problema non secondario, ma terminale nel senso che la questione ella proprietà andava affrontato dopo aver definito i compiti e le funzioni dell'Istituto. È evidente a tutti che quella disegnata nella grande riforma del 1936 non esiste più, poiché la Banca d'Italia non è più un istituto di emissione, avendo trasferito la sovranità monetaria alla BCE, non regola la massa monetaria, non ha che limitate funzioni di tesoreria dello Stato. Gli resta la funzioni di vigilanza sul sistema del credito parzialmente, poiché il controllo sulle operazioni di mercato che esse svolgono sono di competenza della Consob. Ma anche questa è una funzione provvisoria, poiché il controllo dei grandi gruppi sta per essere trasferito alla BCE, per cui rimarrebbero sotto il controllo della Banca d'Italia solo le piccole banche locale. In pratica si tratta delle BCC, Popolari e poco più.

La cosa curiosa è che i grandi gruppi bancari passano sotto la vigilanza europea ma acquisiscono il controllo del capitale della Banca d'Italia che deve controllare le piccole banche.

Possiamo girarci intorno con le parole, ma in definitiva significa che le grandi banche controllano le piccole. E tanti saluti alla concorrenza. Sembra un po' la favola del lupo e dell'agnello o la legge del mare, dove il pesce grande mangia il più piccolo, applicato al sistema bancario.

Naturalmente si tratta di una mezza boutade, poiché si obietterà che l'attività di Vigilanza è al di fuori del controllo degli azionisti e i funzionari incaricati godono di ampia autonomia e una autorevolezza che li pone al di sopra a al di fuori di qualsiasi manipolazione e interferenza.

Questo può essere vero hic et nunc, in ossequio a una lunga tradizione di rigorosa gestione di quest'attività nel lungo percorso della vecchia legge bancaria. Nessuno può tuttavia garantire per il futuro poiché la governance dell'Istituto passa in mano comunque ai privati. Se questi ultimi non possono decidere la nomina del Governatore, sottoposta a una complessa procedura, certamente potranno avere voce in capitolo nella scelta di quadri e dirigenti fino a ottenerne il controllo di fatto e la possibilità di manipolazione anche della Vigilanza. Potrebbe essere un processo lungo e faticoso, o anche subire accelerazioni improvvise poiché spesso le cadute sono rovinose.

Qualche riflessione si impone. Intanto, il Governatore non è il mostro sacro di qualche decennio fa. Personalità come Guido Carli, Paolo Baffi o Azelio Ciampi erano temute e rispettate da tutto il mondo politico ed economico per il prestigio personale, ma anche per l'autorevolezza della carica ricoperta. Il loro nome era conosciuto da tutti, come e spesso di più del Presidente della Repubblica. Oggi si fa fatica a ricordarne il nome. Certamente non per demerito di Ignazio Visco, che è una ottima persona, integerrima moralità, competenza, professionalità e così via. Ma le sue funzioni non sono vitali come una volta, non gioca un ruolo fondamentale nella definizione della politica economica. Le Considerazioni finali del governatore pronunciate nell'Assemblea annuale della Banca il 31 maggio di ogni anno assumevano una funzione sacrale, ed erano tenute in grande considerazione nella predisposizione del bilancio dello Stato.

Il personale della banca gode di un regime privilegiato con una serie di benefit non presenti nel resto della pubblica amministrazione: guarentigie pubbliche e flessibilità privata, un modello che ha consentito alla Banca d'Italia di acquisire prestigio ed autorevolezza. Un commesso ha uno stipendio superiore a un quadro di qualsiasi altra banca. Questo era forse giustificato dalla ieraticità attribuita al ruolo, che oggi è venuta completamente meno per cui la singolarità del suo contratto non ha più nessuna ragion d'essere. La condizione del personale è oggi semplicemente scandalosa, uno schiaffo a tutti coloro che devono accontentarsi di qualche centinaio di euro al mese per lavori precari.

Altrettanto anacronistica appare la conservazione della funzione di Vigilanza sulle banche minori in capo a una società destinata a diventare completamente privata. Trattandosi di una funzione pubblica dovrebbe essere passata di competenza al Tesoro, come d'altronde era prevista inizialmente nel 1936. Non è accettabile che la Banca d'Italia si trasformi in una sorta di società di revisione e certificazione, che tragga i suoi utili da attività che appartengono esclusivamente allo Stato, magari addossandone il costo alle banche ispezionate.

Eliminata l'emissione monetaria, ceduta l'attività di vigilanza dei grandi gruppi, diventata inutile la gestione della tesoreria dello Stato, e al regolazione della massa monetaria, cosa resta all'ex, molto ex, istituto di emissione, come dovrebbe realizzare i lauti profitti di cui si vaneggia nella perizia dei super esperti? Questa è la domanda chiave alla quale si tenta in tutti i modi di dare una risposta.

Beninteso l'oro ex monetario accumulato nel caveau della Banca garantisce un roseo futuro per molti anni a venire: è sufficiente cederne sul mercato un esiguo ammontare ogni anno per lasciare ai nipotini il compito di decidere cosa fare di un soggetto diventato completamente inutile.

Per quale motivo, le riserve auree devono diventare un cespite della nuova Banca d'Italia di sua esclusiva proprietà e produrre profitti per i partecipanti al capitale che nulla hanno fatto per accumulare quel Tesoro?

Il sospetto avanzato da più parti, in particolare dal Prof. Gianfranco D'Atri che ne ha fatto un vero e proprio cavallo di battaglia, è che l'indisponibilità di riserve pone un limite insuperabile all'adozione di una moneta diversa dall'euro, rendendo irreversibile la partecipazione dell'Italia alla moneta unica.

"Vogliamo che la Banca d’Italia rimanga pubblica perché dobbiamo salvaguardarne la piena indipendenza!", afferma ancora il sen. Francesco Molinari. Ma il problema vero è quello di definirne ruolo e funzioni e sulla base di questi stabilire la sua natura giuridica. Oggi il dibattito, nella quasi totale indifferenza del grande pubblico televisivo abituato piuttosto al gossip che a preoccuparsi di problemi apparentemente tecnici ma di grande impatto pratico, si concentra esclusivamente su una questione di interesse. Oltre alla riserva aurea, che costituisce di gran lungo la componente patrimoniale più importante, un altro elemento di grande interesse è costituito dal patrimonio immobiliare costituito da tutti gli immobili di prestigio che sono sempre nelle zone centrali delle principali città dove vi erano le sedi provinciali della Banca. In gran parte sono ormai vuote o stanno per diventarlo, considerato che non vi è alcun serio motivo per mantenerle in funzione poiché l'articolazione territoriale è diventata completamente inutile.

Ne è triste testimonianza la sede cosentina ormai chiusa da qualche anno, che rischia il degrado se non non viene riutilizzata al più presto. Pur non reggendo il paragone con l'oro di proprietà, anche il patrimonio immobiliare ha un valore molto elevato e passare di proprietà ai nuovi partecipanti al capitale consentendo l'avvio di potenziali operazioni speculative in tutta Italia.

Il problema è quello della definizione dei compiti che si vogliono attribuire alla Banca d'Italia e solo dopo decidere quale forma deve assumere. Il rettore della Bocconi Guido Tabellini aveva al proposito avanzato alcune proposte che dopo una prima risposta positiva da parte del governo Monti, sono state lasciate cadere concentrandosi unicamente sulla privatizzazione della banca. Qualunque sia la decisione dovrebbe essere chiaro che il patrimonio, tanto aureo che immobiliare, non può essere ceduto a privati in maniera così semplicistica.

Scrive al riguardo il sen. Molinari.

"Ma, soprattutto, fatto essenziale e decisivo della necessità che torni interamente in mano pubblica - intento già dettato dalla Legge n.262/2005 e opportunisticamente mai attuato - è che il ricco patrimonio da essa costituito non è di un qualsiasi azionista/quotista ma degli italiani. Il Movimento 5 Stelle parte da questo presupposto, quando afferma l'elevata discutibilità del D.L. n.133 : è inaccettabile che il nostro ex Istituto centrale di emissione possa diventare a maggioranza di quotisti esteri né tale rischio viene mitigato dalla considerazione che essa possa temporaneamente ricomprare le quote eccedenti, visto che è parimenti grave che la Banca d'Italia possa detenere tali quote al posto dello Stato italiano. Quella che si sta facendo, sotto l'apparenza di una "furbata" nasconde un gesto folle ai danni del nostro Paese!"

Il procedimento così concepito appare un ingiustificato, ingiustificatissimo, regolo alla lobby dei grandi gruppi bancari, che sono i principali responsabili dello stato di crisi in cui siamo caduti e oggi vengono premiati con un regalo di quasi mezzo miliardo di euro l'anno. Ma quel che appare ancora più grave gli vengono consegnate le chiavi per controllare i piccoli istituti.

Riportiamo quanto denunciato dal cittadino Molinari, poiché il Movimento 5Stelle è l'unico ad aver preso sul serio la questione e ha aperto una discussione pubblica sull'argomento. Tutti gli altri sembrabno affetti da una prematura sonnolenza estiva e accettano senza alcuna obiezione le proposte del governo in clima di rassegnata sfiducia sulla possibilità di intervenire in una tematica tanto tecnica da non consentire una valutazione ponderata sul provvedimento.

"Cosa si nasconde dietro questa ingiustificata fretta di cambiarne l’assetto alla BdI?", si chiede il senatore pentastellato. "Il testo che ci apprestiamo a votare, da un lato, è un regalo alle Banche private ed ai suoi padroni - già riccamente beneficiati dalla Legge Amato-Carli - e una truffa ai danni del popolo italiano ; se esso genererà maggiori entrate tributarie nel breve periodo - 900 mln di euro, frutto di una minima imposta sostitutiva del 12% - essa produrrà la rinuncia a 450 mln di euro annui, in precedenza esclusivo appannaggio (cd. signoraggio) dello Stato. Dall'altro, il decreto legge, estendendo - nel modo criticato - la cerchia dei possibili partecipanti al capitale della nostra Banca centrale lo allarga a soggetti finanziari esteri (seppur limitati al perimetro della comunità europea).

Ormai la svendita del patrimonio dello Stato italiano - il patrimonio degli italiani - al fine di mantenere intatti gli sprechi di una classe politica corrotta, non conosce limiti !

Occorre evidenziare, poi, come ancora una volta si usino pretestuosamente le istituzioni europee per spacciare come necessità una ripatrimonializzazione a costo zero di enti creditizi che stanno strangolando l'economia del nostro Paese: lo stesso Governatore della BCE, Draghi ha lamentato il fatto che Governo abbia richiesto un parere, procedendo - poi - senza attenderlo. Un parere che - ora disponibile - contiene implicite riserve e banali auspici acché i provvedimenti conseguenti siano in linea con la normativa comunitaria (omettendo di pronunciarsi sul palese aiuto di Stato dato alle aziende bancarie e assicurative interessate dalla rivalutazione-truffa).

La politica italiana si sta lentamente sottomettendo ai più oscuri poteri finanziari ; noi del M5S non ci piegheremo ai poteri forti che - di fatto - stanno svuotando della democrazia le istituzioni del nostro Paese. Il soddisfacimento dei loro interessi è diametralmente opposto a quello dei cittadini italiani ed il Governo Letta è ad esso asservito".

Sono parole pesanti, che, almeno meriterebbero un approfondimento prima di approvare una norma scellerata.

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